Nimanì rivista al Miami
Come ogni anno, l'ultimo tratto di maggio riporta con sé un'attesa che pareva assopita, e invece no: riemerge puntuale, come sanno fare le abitudini travestite da sorpresa. È l'attesa per il MI AMI — festival della primavera, e, per alcuni, anche dei baci, se proprio vogliamo indulgere al marketing poetico. A me, quel nome ha sempre fatto un po' sorridere: smielato, sì, e persino fuorviante. Perché, almeno per me, il MI AMI è il varco che immette nell'estate: un rito collettivo, una festa messa in piedi con una cura che sa più di artigianeria che di industria, e che non mi ha mai dato motivo di rimpianto.
Scrivo in questi giorni che precedono il festival, quando tutto è ancora in sospeso, ma già s'intravede. Come vuole il rituale, il biglietto si compra quasi alla cieca (cioè senza conoscere l'intera line-up) e rigorosamente per una sola giornata (perché l'abbonamento ha il prezzo, diciamolo, di un capriccio borghese che, almeno quest'anno, non mi sono concesso). Eppure, a giudicare dai nomi, sembra che abbia scelto bene.
Certo, qualcosa è cambiato. Il luogo, anzitutto: per la prima volta, i palchi si apriranno direttamente sul lago. Una scelta scenografica, senza dubbio, che promette riflessi suggestivi e tramonti ben calibrati, ma che lascia indietro, non senza un certo rimpianto, la vecchia collinetta. Lì, negli anni, ho visto rincorrersi voci e chitarre, parole e applausi, in una specie di teatro naturale che sapeva farsi intimo anche nella confusione.
Tra le novità compare anche una sala lettura, e qui confesso una certa perplessità. Perché mai uno dovrebbe portarsi un libro a un festival? E soprattutto: come si fa a leggere, davvero, mentre si passa il tempo a farsi travolgere da un palco, e poi da un altro, e poi da un altro ancora? Ma forse è proprio questo il punto: l'illusione che tutto possa convivere, anche ciò che non c'entra, anche ciò che non serve, anche un dibattito sul referendum o l'ultima giornata di campionato…
Il festival è passato, e mi ero dimenticato di dire che ci siamo andati venerdì. Siamo partiti presto e, come da tradizione, ci siamo ritrovati lì senza un piano preciso, lasciandoci guidare dall'istinto, dai nomi, dall'eco lontana di una chitarra. Prima, però, il consueto periplo d'ambientamento: esploriamo il nuovo spazio, individuiamo i quattro palchi, i bagni, gli stand dove nutrirsi o semplicemente rifiatare.
Poi ci spostiamo verso il lago, attratti dai suoni dei Prima Alba, nome per noi del tutto nuovo, accolto senza grandi aspettative. E invece, fin dall'ingresso in scena, qualcosa colpisce. Sul palco sale un gruppo numeroso, quasi una compagnia teatrale: se ho contato bene, una decina in tutto. Solo uno era alla console; gli altri, a rotazione, cantavano, ballavano, incitavano, riempivano ogni spazio con una generosità che sembrava non prevedere misura.
Il giudizio, se proprio serve, è semplice: tanta foga, tanta urgenza espressiva, ma una resa che scivola presto in una rumorosità ingenua, forse buffa, a tratti francamente involontaria. Eppure il pubblico era partecipe, coinvolto, trascinato. Ho pensato che forse non erano solo spettatori: avevano l'aria di amici. E in fondo, in certi casi, è già abbastanza per scaldare un palco.
Rimaniamo allora sotto lo stesso palco, questa volta per ascoltare un volto già noto: Mimì, vincitrice dell'ultima edizione di X Factor. A un certo punto, con un tocco di ironia che non guasta, si concede persino X-Factor di Lauryn Hill, un gesto quasi meta, come a prendersi gioco con grazia dell'etichetta che inevitabilmente la precede.
La sua voce, però, mette subito le cose in chiaro: è una di quelle che ti attraversano. Potente, precisa, capace di passare dal sussurro all'acuto con una naturalezza che lascia interdetti. In scaletta alterna due brani propri a una manciata di cover, tra cui anche Figures di Jessie Reyez, Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina, affrontando registri diversissimi senza mai sembrare fuori fuoco.
C'è sempre un timbro riconoscibile, una qualità interpretativa che piega ogni canzone al suo sentire. È questo, più di tutto, Mimì: un'interprete formidabile. La vedi muoversi con la leggerezza e l'allegria di una ragazzina, ma canta con la gravità sottile di chi ha già intuito cosa voglia dire portare sulle spalle una voce vera.
Così, quasi senza accorgercene, un paio d'ore sono già passate. Il festival comincia a prendere corpo: la folla si infittisce, i volti si moltiplicano, ogni angolo brulica di gente che ride, beve, si diverte. L'unico spazio rimasto vuoto, con sorpresa che rasenta lo sgomento, è la famigerata sala lettura.
Nel frattempo, ascoltiamo per la seconda volta il monologo di Turbopaolo, che diventa magicamente spassoso, per qualche motivo, come quei film che diventano meglio passata la mezzanotte. Subito dopo, immersi in una folla compatta e affezionatissima, arriva il momento di Giuse The Lizia.
Il pubblico lo accoglie in pieno entusiasmo: si canta, si balla, si documenta. La linea del tempo è questa: si registra un video, si apre Instagram, lo si pubblica, e tutto questo mentre Giuse è ancora lì, a un metro dal microfono. Se le sue canzoni vogliono raccontare una generazione, la Gen Z, precaria e senza futuro, quel pubblico sembrava ben felice di rivendicare, a gran voce e in tempo reale, la propria appartenenza.
Ma lasciando da parte i giudizi moralistici (che altrimenti sembro Catone il Censore, e non è il caso), resta il fatto che il live è stato ben suonato. Giuse ha portato in scena il suo repertorio più amato, dalle virali 404 (Una canzone de I Cani) alle più datate Vietnam, fino al featuring Piccoli Piccoli insieme a Centomilacarie, salito sul palco in vista della sua esibizione imminente.
Ci concediamo una mezz'ora abbondante per mangiare e rifornire i bicchieri, rifugiandoci nell'unico angolo davvero tranquillo dell'intero festival, una striscia d'erba poco calpestata dove il tempo sembra rallentare e, per un attimo, il rumore si smorza. Da lì, seduti e ancora un po' stanchi, ci arrivano attutiti gli ultimi battiti forsennati dello scatenato Umarell, seguiti dalle prime note di Lorenzza.
Poi, finiti panini e chiacchiere, ci rimettiamo in cammino verso il palco per ascoltare Sayf, rapper genovese di cui, confesso, sapevo poco o nulla. E come spesso succede in queste occasioni, è proprio chi arriva senza troppo rumore a sorprendere di più.
Sayf apre con un brano denso, Se dio vuole, ben scritto, riflessivo, capace di incanalare qualcosa di complicato e metterlo in rima senza forzature, con un flow solido. C'è subito una tensione emotiva riconoscibile, che prende senza bisogno di sovrastrutture. Ma è nella varietà del set che si rivela per intero il suo talento: dalla malinconia iniziale passa a tracce energiche, perfette per il pogo, come Occhialata Carrera o Chanelina soubrette, accompagnato sul palco da Disme ed Ele A, con cui crea un'alchimia vivace.
E poi di nuovo cambia rotta, rallenta, intona Una cotta per te, una ballad urbana che smussa i bordi ruvidi del set con un'inaspettata dolcezza. Infine, come a voler spiazzare del tutto, prende in mano una tromba e accenna "un po' di jazz". Ecco: un rapper, sì, ma di quelli che non stanno comodi dentro nessuna definizione. Inclassificabile ma mai fuori posto.
Poi succede, com'è inevitabile quando la stanchezza comincia a pesare e il disorientamento diventa parte integrante dell'esperienza, che sbagliamo palco. Un errore banale, figlio della fretta e del sovraccarico sensoriale. Solo all'ultimo, quasi per istinto, ci rendiamo conto dell'errore e torniamo indietro, giusto in tempo per l'inizio di uno dei concerti che, a conti fatti, si rivelerà tra i più memorabili dell'intera giornata: quello dei Post Nebbia.
La scena è già carica: fumo fitto che ondeggia tra i riflettori, luci colorate che scompongono il buio in schegge mobili, una folla pronta a lasciarsi andare. Fin dalle prime note, si avverte che qualcosa è diverso. Gli assoli di chitarra non sono solo ornamenti: sono fenditure sonore che squarciano l'aria e aprono varchi interiori.
La voce, timida, impastata, quasi nascosta, non scompare, ma si fonde nel muro di suono come un elemento interno, necessario, mai invasivo. Il risultato è un impasto compatto, viscerale, che assorbe e restituisce sensazioni con una forza quasi fisica.
C'è uno schema, sì, che si ripete brano dopo brano: intro dilatata, voce che emerge come da un sogno, crescendo strumentale, poi l'assolo che deflagra e chiude il cerchio. Eppure, non stanca. Anzi: in quella ripetizione c'è qualcosa di ipnotico, che ti permette di perderti senza più bisogno di orientamento.
Piccola pausa per sgranocchiare qualcos'altro. Inseguiamo i Patagarri sul carvan per cantare insieme Bella Ciao e poi via di corsa, per la prima volta nella serata, verso l'Utravel Arena, dove sta per cominciare il live di Camoufly. Lui, come sempre, è lì dietro la sua maschera, identità nascosta, silhouette che si staglia contro i led, a metà tra supereroe glitch e figura onirica.
Il suo set è un'esplosione luminosa di elettronica, un ibrido ipercontemporaneo, con echi di sample vocali stratificati e beat frastagliati, ora levigati, ora ruvidi. È una musica da dancefloor emotivo, che fa muovere il corpo ma solletica anche una parte più fragile, quasi sentimentale.
L'apertura con Begging 2 You è un attacco frontale alla gravità: ritmo sostenuto, armonie giocose, drop costruiti come montagne russe. E continua fino a Llamando, brano che vibra di suggestioni latine e si distende in atmosfere notturne e liquide.
E poi, tra gli highlight, il remix di Salirò di Daniele Silvestri: una cover che non è parodia né semplice citazione, ma riscrittura affettuosa e potente. La folla canta a squarciagola, riconosce il brano eppure si sorprende nel ritrovarlo così cambiato, sospeso tra la memoria del pop italiano e la corsa pulsante dell'elettronica globale.
Infine, a chiudere la nostra serata ci pensano i Fuckyourclique, sul palco Idealista, il più piccolo e sacrificato dell'intera area. Loro non la prendono benissimo: lo fanno notare, lo gridano, e incitano la folla a fare lo stesso, scandendo un sonoro e corale "RIMBORSO!" che per un attimo sembra anche assumere toni credibili.
Aprono con Rock in Roma, e chiudono con Nameless, lasciando in mezzo anche un inedito, lanciato come una molotov senza preavviso. Il pubblico è con loro, fino in fondo. Loro lo fanno ballare, saltare, pogare, ma anche gridare insulti, ben indirizzati, ai colleghi che si esibivano in contemporanea (i FASK ed Ele A).
Una gara a chi fa più casino, a chi regge meglio il rumore: e in questo, i Fuckyourclique vincono a mani basse. Il palco è minuscolo, ma loro riescono a farlo esplodere. Tra un pezzo e l'altro, scambiano improperi col pubblico, che risponde con lo stesso affetto rude, da bettola musicale.
Con La canzone della sborra, si scatena una corsa collettiva, un cerchio pogante che fagocita tutto e tutti, in un delirio che sa di liberazione, stanchezza e adrenalina pura. E poi arrivano gli sketch comici, o meglio, brevi intermezzi da cabaret depravato, fatti di bestemmie e nonsense, che strappano comunque più risate del monologo di Turbopaolo.
È una chiusura perfetta, o perlomeno coerente: feroce, dissacrante, senza fronzoli. Quella che ti lascia addosso la polvere del prato, la voce rotta, e le gambe che non rispondono più. Quando, tornando verso la macchina, ci trasciniamo a passo zoppo e ci guardiamo senza dire niente, capiamo che il festival è finito davvero.
Tirando le somme, si potrebbe dire che gli artisti, in fondo, erano anche bravi, alcuni persino ottimi, altri quantomeno creativi. Il pubblico, per parte sua, ha partecipato con entusiasmo, soprattutto quando c'era da pogare, insultare o farsi sberciare addosso.
Gli spazi nuovi, invece, hanno lasciato un'impressione più ambigua: certo, il lago, le lucine, il tramonto da cartolina... ma la vecchia location un po' mancava, così come mancava quella confusione romantica che, fino all'anno scorso, faceva sembrare tutto più magico, o almeno più disordinato.
Una nota di merito però va alla puntualità chirurgica dell'organizzazione: ogni cambio palco era scandito al secondo, come in una stazione svizzera. Peccato solo che questa precisione cronometrica abbia tolto quei due o tre minuti rubacchiati in più, quei bis improvvisati, quelle code strumentali che servivano a farci credere, per un istante, che la festa non dovesse finire proprio subito.
Insomma, se il festival si è fatto più efficiente e meno poetico, pazienza. Ci portiamo comunque a casa le canzoni, la stanchezza, qualche livido da pogo, e il solito desiderio, già in viaggio verso casa, di estate.
D.S.