"Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più"
(Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa)
I ventuno anni che ho trascorso in Brianza hanno prodotto in me la pressione necessaria per esplodere un salto lungo 22 chilometri verso sud, lasciandomi alle spalle i bei mobili di design a favore di una vista più nitida e ravvicinata delle scintillanti (e simulate) attrazioni della fast life milanese.
Come quando cambi l'acquario a un pesce, il destino ha voluto che io approdassi a Milano per gradi, facendomi trovar casa di fronte ad un corso d'acqua che potesse ricordarmi in qualche modo quelli dell'arcadia industriale briantea.
Qualche giorno fa passeggiando proprio lungo il suddetto striscio d'acqua puzzolente, dal Bar Tabacchi "La Darsena" fino a casa lungo l'Alzaia, ho sentito nel cappottone caldo come una placca sul cuore, qualcosa di rigido posto lì a proteggerlo. Che l'ex proprietario del cappotto ci abbia inserito delle placche anti-proiettile mi sembra improbabile. Infilata la mano nel taschino interno trovo due vecchi e impelucchiati librini, uno verde e uno grigio; non ricordo di averli messi lì quindi immagino subito sia stata opera del precedentemente scagionato ex proprietario del cappotto. Preso dalla meraviglia della possibile gran scoperta bibliologica leggo speranzoso i due titoli: "La semantica arcaica di Antonio Cantamesse" e "Gli ostensori di Cantamesse", tutti e due di tale Franco Cajani, editi da "i Quaderni della Brianza".
"Sbatti" è l'unico pensiero pensabile. Poteva essere roba esoterica postumana con scappellamento a sinistra e invece no. Brianza... i libercoli mi sembrano immediatamente dover contenere cose assolutamente polverose e maleodoranti come la casa di un vecchio (io, ahimè, non condivido la sensibilità di Gep Gambardella)
Continuando, deluso, lungo la strada incontro il Libraccio di Via Corsico. Già che ci sono decido di fermarmi a tentare un po' di shopping riparatore in ottemperanza alla Legge n. 128/11 del 27 luglio 2011 che disciplina il prezzo dei libri in sconto. Su al primo piano non trovo nulla, mi solletica un po' un Agamben (immagine agghiacciante se presa alla lettera!) ma costa 20 euro e io di euro ne ho 1 e 97 centesimi. Nulla, bisogna fare con quel che si ha già.
Tornato a casa faccio una rapida ricerca su chi fossero tali Franco Cajani e Antonio Cantamesse: il primo uno storico, critico e collezionista d'arte, il secondo un architetto, pittore, scenografo lodigiano trapiantato nella mia passata Seregno.
Decido dunque di aprire i due libercoli, di leggerli e di "riassumerli" brevemente qui per voi che, quasi sicuramente, non li incontrerete mai nella tasca interna del cappotto di uno zio defunto da anni.
La "Semantica arcaica" costituisce già uno dei nodi fondamentali dell'opera di Cantamesse: il simbolo archetipico trattato come ostensorio del quotidiano vivere della provincia. Come suggerisce Alberico Sala (1923-1991, Vailate) si nota immediatamente guardando le opere la suggestione di un Magritte reso più familiare, più domestico. La vita in provincia passata in bicicletta tra i campi-cuscinetto o su quegli autobus blu-verdi dei Trasporti Lombardia viene surgelata e resa tema poetico dal tratto deciso e vetusto di Cantamesse: "Quadratura mentale", ad esempio, riesce con pochi semplici elementi di simbolo geometrico e cromatico a restituirci una fotografia del senso sociale comune, attraversando l'Italia tutta, dalla sua (nostra) Brianza alla Sicilia di Pirandello;
"Così le figure sono miti, il ritratto pone in risalto la Quadratura mentale di chi vede sempre e solamente ciò che si è e non ciò che si vorrebbe essere perché impossibilitato ad eliminare i cosiddetti paraocchi che portano a condurre la reazione esistenziale nello svolgimento univoco, in una funzione unidirezionale sopra una terra incolta, arida quasi deserta tra il grigio consunto del tedio della vita e del cielo cupo"
(Franco Cajani, ottobre 1983)
Chiedendo a un bambino di disegnare un'emozione primaria (la gioia, la rabbia, la tristezza) riceveremmo sicuramente un output che risponde immediatamente al paradigma culturale che lo ha allattato dipingendogli in testa un determinato ventaglio iconografico capace di fargli percepire e rappresentare ciò che incontra come è "giusto" che lo faccia. Cantamesse sembra proprio voler vestire i panni di un bambino che ragiona e rappresenta. Il trentaquattrenne (nel 1984) tenta quindi di infilarsi delle scarpe troppo piccole, i pantaloni corti e la maglia della salute per restituirci, affinato e consapevole, proprio quell'immaginario artificialmente ingenuo.
Con Gli ostensori fa un passo in avanti shiftando da un amichevole Magritte di quartiere ad un più messianico (e, mi pare, più inquietante) Paul Klee.
In questa serie di opere, ancor più esplicitamente di prima, Cantamesse rappresenta oggetti-emblemi della quotidianità vista soprattutto nell'aspetto del lavoro affidandosi alla plasticità permessa dalla simbologia espressiva caratteristica del senso comune; Franco Cajani a proposito estremizza al massimo le premesse di questa operazione citando l'antropologo e cognitivista francese Dan Sperber:
(arriva a considerare possibile l'ipotesi) "che i principi di base del dispositivo simbolico non siano dedotti dall'esperienza, bensì facciano parte dell'apparato innato che rende possibile l'esperienza"
Scegliere l'ostensorio come invariabile durante la serie permette a Cantamesse di avvicinarsi al mondo del sacro e della pura religiosità attraverso il sacrificio. L'ostia intesa come vittima è assunta quale premonizione al sacrificio dei personaggi stessi:
"qualsiasi uomo, sia questo guerriero o architetto, aviatore o metalmeccanico, nel momento della sacralità del proprio lavoro, si offre in sacrificio come atto di redenzione per la conquista dell'aldilà"
Insomma lavoro e religione. Un lavoro che è fatica umanizzante, che rende coloro che si sacrificano degni di potergli soccombere all'arrivo della vecchiaia, che procura rispetto proprio grazie a quel sacrificio che in un certo senso sacrifica un corpo biologico in vista di un'ascesi al corpo-macchina/funzione-simbolo; una religione che è magica e feticista, distintiva e tribale, che è ostensoria essa stessa di quella vecchia vecchissima Controriforma millantata ma mai realmente praticata.
Tutta roba che, pur in forme pervertite, vedo pienamente agire nella costruzione della mia soggettività. Dalla Brianza son scappato ma senza far tappa al confessorio che mi ha visto crescere dall'età del "Pietà di me o Signore..." a quella delle seghe pentite, fino a quella bestemmia ben fondata. Sarà questo mancato ultimo appuntamento che mi ancora qui?
P.S.: Qualche giorno fa di ritorno per un pranzo in famiglia chiedo a una mia parente (seregnese purissima dall'anno 1951 d.C.) se conoscesse Cantamesse o Cajani.
Il commento, saettante:
"L'eran du merdunacci"
(anonima parente severa, dicembre 2025)
P.S. no.2: Qualche giorno fa di ritorno per una cena tra vecchi amici penso di aver trovato il profilo Instagram di Cantamesse. Di incredibile interesse questo fatto che un uomo così "Secolo Breve coded" abbia un profilo Instagram con il quale reposta, io credo per sbaglio, reels di gattini fatti con l'AI che dicono "I Love You".
Anche questa storia, possiamo dirlo, ha una sorta di lieto fine.
N.F.