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I. Prologo

Durante le appassionate sessioni di Tik tok che popolano le giornate della nostra gioventù duemilesca, ci si imbatte nei contenuti più variegati che la società possa offrire, da personaggi in evidenti difficoltà socio-economica che si esibiscono per il gusto di avere qualche like, alle pillole di vita dei noti guru che sconfiggono dialetticamente l’uditorio woke con le loro illuminanti tesi conservatrici. 

A volte, invece, in alcuni sceltissimi feed degli appassionati, lucidato dai led variopinti e dal virile sudore, compare l’Adone postmoderno e post-panca piana che si esibisce sul palco muovendosi tra gli 8 deck della sua consolle: James Hype, oggi biondo, ieri castano e domani chissà, spesso con la canottiera che lascia i suoi bicipiti danzare, e le dita smaltate di nero impegnate a backspinnare, looppare, lowcuttare, fadeinare, fadoutare o delayare una delle numerose tracce in play. Quando si pensa al DJ internazionale oggi (o almeno fino a pochi mesi fa), si pensa a lui, una superstar che fa saltare il mondo ai suoi drop che scatenano fiammate davanti al palco o ondate di fumo che invadono la sterminata platea.

Ma se per un secondo si provasse a descrivere quello che questo signore sta facendo, si potrebbe semplicemente dire che sta mettendo la musica, nient’altro, come fosse uno Spotify 2.0. Non canta, non suona, una buona parte dei brani che riproduce sono di altri e, se li ha prodotti lui, spesso non sono che la versione tech house di hit già note ai più. Praticamente incarna il remix attraente dell’amico sfigato intorno ai 15 anni che connette il suo telefono alla JBL e che fonda le sue speranze sociali unicamente sulla sua cultura musicale. Ma se si indaga sulle genealogie del precario ruolo del DJ, costantemente in bilico tra l’artista protagonista della festa e il tecnico senza nome, si scoprirà che è stato proprio l’amico un po’ strano ad inventarsi quello che si è evoluto nell’attuale operatore di dischi (utilizzando la cacofonica traduzione letterale del più fortunato disc jockey) attraverso intricate vicende che si intrecciano alla storia della musica, del clubbing, ma anche della moda, del costume, del mondo giovanile, sempre influenzate dal contesto politico, sociale e culturale del luogo e del tempo in cui si manifestavano.

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II. Una dichiarazione d’intenti

Mi piaceva l’idea di iniziare il primo articolo Macro di questo tentativo di rivista (Nimanì rivista), se così velleitariamente la si vuole definire, con un’immagine del simpatico James Hype, (riecheggiano in lontananza le parole di Sun Tzu: “conosci il nemico”) per mettere in chiaro cosa non ci piace. Fatto questo, si può dire che il magazine di Nimanì per il momento vorrebbe infilare il naso in questioni che riguardano il mondo della musica dance (e non solo), del clubbing, del party, etc, non con una volontà specificamente tecnica o storiografica (lasciamolo a chi lo sa fare), ma cercando di interrogarsi e rispondersi con tono lieve su temi che certo partono dall’essere fenomeni del campo specifico ma poi, se li si guarda dal verso giusto, come tutte le cose illuminano qualche aspetto del mondo.

 

In questo articolo primo, si parte dal tema più banale possibile: una lacunosa storia del disk jockey, che cerca di mettere a fuoco non tanto i nomi più celebri che sono tanti e si trovano facilmente su Wikipedia o su qualche profilo Instagram, ma l’evoluzione dell’immagine di questa professione, come veniva percepita, chi rappresentava. Nel periodo del pre-clubbing, negli anni 60, il Dj era solo quello che metteva la musica e poi, con i grandi nomi della dance americana, è diventato un primo tra pari, il migliore tra i ballerini, parte della gente, elemento imprescindibile per creare ambiente e veniva incontro agli umori del pubblico, poi nel mondo techno europeo anni 90, come il fruitore si scioglie nella folla, così il Dj, spesso anche producer, viene nascosto dietro ai muri di casse. Dagli anni Novanta in poi (pur nella florida sopravvivenza underground di tutti i mondi succitati), la novità è stata la graduale spettacolarizzazione che ha portato alla nascita di individui internazional popolari, a volte già hitmakers da top 50 globale che volevano allargare la loro fetta di torta facendo i DJ e sono stati sollevati sui main stage dei più grandi festival del mondo, allontanati dal pubblico, hanno creato un brand intorno alla loro immagine, e passando per i grandi nomi dei vari sottogeneri della Electro House, si è arrivati così al nostro James, che inizia a spinnare nel 2007 e così lo nomino per la terza volta. Enorme soddisfazione.


Nell’ultimo periodo sembra che la musica dance elettronica stia attraversando nuovi orizzonti e, anche se è difficile parlare delle cose quando ci si è immersi, bisogna riconoscere che si sta assistendo, forse in Italia con qualche ritardo ma neanche troppo, ad una rinnovata e arricchita riscoperta del Dj e dei luoghi in cui si balla; sarà il post-covid, sarà che la gente si è stancata della discoteca commerciale, sarà una ricerca di vicinanza collettiva che vuole opporsi alla virtualità digitale. Non lo so, magari sono solo rimasto rinchiuso in una echo chamber su Instagram e in realtà è sempre stato così. In ogni caso, cercheremo di portare temi vivi e aderenti all’attualità, o faremo semplicemente quello che vogliamo. Difficile dirlo adesso, ma già in questa minuscola storiografia pretenziosa ci sono numerosi collegamenti a  doverosi approfondimenti futuri.

III. Human Jukebox ai sock-hops. 

Per recuperare il bisnonno british di James Hype (4 volte) bisogna tornare indietro al 1943, in particolare ad Otley, quando ancora la musica dance occidentale non esisteva e Jimmy Savile, noto per essere uno dei più importanti uomini delle trasmissioni radio e per altri aspetti più oscuri su cui non ci soffermeremo, organizzò il primo “Dance Party” dove la musica riprodotta era solo Big band jazz e l’effettiva novità del nostro Jimmy fu quella di utilizzare due giradischi per evitare che la musica si fermasse nel momento in cui doveva cambiare vinile. Nulla di che, però si tenga presente che è ricordato per aver messo la musica, cosa che oggi forse non stupirà nessuno, ma allora esisteva solo in Inghilterra e a Parigi, grazie a quell’incredibile donna che è Regine Zylberberg.


Negli anni ‘50 la figura spopola negli USA , anche se DJ era un’etichetta già nata in territorio statunitense nel ‘35 ma soltanto con l’accezione (ancora oggi valida) di presentatore e selezionatore di musica per la radio. In particolare era stato chiamato in questo modo il signor Martin Block, nominato in questo articolo solo per questa ragione, dato che la sua attività è stata più importante per la radio che per la nostra storia. È il nonno di Linus se vogliamo, però è stato il primo a cui hanno dato il nome di DJ, quindi in qualche modo bisognava infilarlo.

Il ruolo dei DJ per la radio si estende al contesto live con la diffusione dei sok hops, proto-party universitari dove la gioventù americana del secondo dopoguerra si ritrova a ballare, spesso sul rock and roll. Un riferimento discografico ingravidato dallo spirito di questi ambienti è At the Hop, brano dei Danny and the Juniors del 1957. 


“You can rock it you can roll it

Do the stomp and even stroll it

At the hop.

When the record starts spinnin'

You chalypso and you chicken 

at the hop

Do the dance sensations that are sweepin' the nation

at the hop”


Una canzone che è difficile tradurre se non con un parodico doppiaggese:

“Puoi rockeggiare (intraducibile altrimenti), puoi rotolare,
fare lo stomp e persino lo stroll,
al "hop."
Quando il disco inizia a girare,
balli il calypso (balletto) e fai il "chicken" (altro genere di balletto blues) 

al "hop".
Crea le sensazioni della danza (terribile traduzione) che stanno ribaltando la nazione
al "hop." 


Ho aggiunto la traduzione per una puntigliosità filologica, immagino si capisca nell’originale. Ma anche in inglese è un testo imbarazzante, concepito unicamente per essere riprodotto su un 45 giri in un sock hop con l’interazione del DJ. 

La preistoria del DJ è questa: un personaggio della radio prestato ai contesti ricreativi dei giovani che sceglie i dischi da mettere.


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IV. Breve interludio esotico: il Toaster

Senz’altro merita un approfondimento a parte (c’è già un cantiere in sviluppo sul sito di Nimanì rivista), ma, se negli Stati Uniti e in Europa nei primi anni ‘60 non succede granchè per quel che ci interessa, la figura del disc jockey si sviluppa prematuramente nel mondo caraibico, in particolare tra Giamaica e Panama, dove il toaster (così veniva chiamato) selezionava la musica e interagiva con il pubblico incitandolo al ballo o semplicemente a scandire il ritmo. In anticipo rispetto al Nord America, in Giamaica si delinea il profilo di un intrattenitore attivo e presente nel contesto del party, un precedente del moderno MC che avrà fortuna nell'hip hop e in Inghilterra con la diffusione della Jungle.

Inoltre, la Dub, il genere dance suonato a Kingston, è, insieme alla house di Chicago, il punto di partenza per quasi tutti i sottogeneri della dance elettronica dagli anni ‘80 in avanti, fino alla hardcore di HorsegiirL (questa la tipografia scelta dall’artista, nessun errore di battitura su Nimanì rivista) o alla nu disco de L’imperatrice. 

Un applauso alla Giamaica che ce la ricordiamo solo per i successi nell’atletica leggera o Bob Marley e quello che fumava. (Prova a cliccare sulla foto)


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V. Francis Grasso

Torniamo a nord negli Stati Uniti, nel 1968, in una chiesa anabattista sconsacrata di New York, dove, in una notte crazy, una folla di eccentrici individui della comunità gay assistette alla performance di un ragazzo di vent’anni che, con due giradischi, sull’altare riprodusse contemporaneamente un brano afrobeat di Manu Dibango e una canzone metal dei Led Zeppelin, coordinando i bpm ed inventando quello che poi sarebbe diventato il mixing. Nasceva così, a metà tra eros e paradiso, il moderno DJ. Poesia, gente, poesia. Il ragazzo di cui si parla è Francis Grasso, il primo nome che in diciotto pagine ha senso menzionare, l’uomo che si è inventato qualcosa da fare per chi sta dietro alla consolle (che allora erano ancora due giradischi appaiati) e anche l’amico un po’ strano di cui parlavo prima. 

Le cronache narrano che quella sera, il DJ che doveva far ballare la gente al Salvation II (che in realtà non era una chiesa anabattista sconsacrata, lo era il Sanctuary, altro club di New york in cui Francis ha suonato per un sacco di tempo ma non quella storica sera. Chiedo perdono, ma cosa può la scivolosa realtà della storia contro l’eterna ed eburnea poesia?), il tizio che doveva andare al Salvation II, dicevamo, Terry Noel (altro nome inutile), non si presentò poiché dicono fosse (quasi fortunatamente) strafatto di acidi, quindi il proprietario affidò la responsabilità della musica al nostro Francis, che per primo manipolò un disco durante la riproduzione, inventando il mixing. Tutte le cose che nascono dopo e di cui parleremo in futuro, l'hip hop, la house, i remix, lo scratch, il producer e le tecnologie che supportano il tutto, sono originate da questo singolo impulso, dalla profanazione del disco, dall’abbattimento del muro che fino a quel momento separava nettamente chi faceva la musica da chi la metteva. Quindi, meritatissima, foto di Francis Grasso:


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Fino al 1981 Francis Grasso continuò a suonare in giro per New York e sperimentò tecnicamente affinando il mixing, inventando vari modi per ritoccare le tracce e tecnologie che supportassero le intuizioni, così da trovare un linguaggio con cui essere più reattivo all’umore del pubblico, con cui partecipare in maniera più attiva alla dinamica della serata e diventare, come detto sopra, il primo tra i ballerini. In un anonimo sito che risale alla preistoria del web ho trovato questa sintetica e simpatica presentazione del personaggio che traduco: 


“By stitching music together in a narrative, and using it as a tool to work his dancers, rather than just playing a night of unrelated records, Francis Grasso founded the craft of modern DJing. He taught the first generation of New York's disco DJs, he dated Playboy bunnies and he spent more than his rent on drugs. After a youth spent at full throttle he retired to a reclusive existence, and died in March 2001 a few days short of his 53rd birthday”


“Creando un flusso musicale attraverso una narrazione e utilizzandolo come strumento per guidare i ballerini, invece di limitarsi a suonare una serie di dischi slegati tra loro, Francis Grasso ha fondato la tecnica del DJing moderno. Ha insegnato alla prima generazione di DJ della scena disco di New York, ha frequentato ragazze di Playboy ed ha speso più in droghe che nell’affitto. Dopo una giovinezza ad alta intensità, si ritirò a vita privata e morì nel marzo del 2001, pochi giorni prima del suo cinquantatreesimo compleanno.” 


Un silenzioso dettaglio di sopra che qualcuno avrà notato: il pubblico di Francis era principalmente composto da uomini gay newyorkesi, e se, oltre ad essere attenti, qualcuno è anche mediamente acculturato, avrà rapidamente collegato l’anno (1968) con il, di poco successivo, Stonewall. Sono anni caldi per il mondo gay, dalle rivolte nascerà la comunità LGBTQ come oggi è intesa e, a New York e anche negli Stati Uniti più in generale, le innovazioni nell’ambito del clubbing e della musica dance avvengono per un ventennio, fino alla seconda Summer of Love (1989) solo in contesti frequentati principalmente da gay, libertini e neri, (o black, non saprei come etichettarli in modo che suoni bene), anche quando poi diventano mainstream come la Disco music di cui si parla tra qualche riga.

Dai popolarissimi sockhops, l’ambiente del club diventa frequentato dalle minoranze discriminate, e lascio al futuro qualche parola in più sulle ragioni del rapporto tra disciminazione e discoteca, accenno solo al fatto che è dalla tradizione dance degli emarginati, dei discriminati, che si origina il modo di fare clubbing per sua natura inclusivo, libero, libertino e libertario che ultimamente si sta riprendendo dopo anni di underground marginale, politicamente cosciente, socialmente aperto.


VI. Saturday’s night fever?

Grazie alla salvifica intercessione di Chat Gpt, per parlare degli anni ‘70 posso organizzare le informazioni con precisione. Gli Stati Uniti assistono alla asessuata riproduzione della figura del DJ: proprio come un batterio, quello che mette la musica degli anni sessanta si sdoppia in due figure (non perfettamente identiche a differenza dei protisti), da un lato il turntablist e dall’altro il DJ del night club. Le musiche che accompagnano questi due fenomeni sono rispettivamente l'hip hop e la disco music.


Nei ghetti neri di Harlem e del Bronx si diffuse la pratica del Turntablism, che intreccia la cultura dance con quella che oggi chiamiamo hiphop, soprattutto grazie al semidio Kool Herc, pioniere di un genere, di un’estetica e della tecnica di mixaggio che oggi si chiama “scratch”, che rese il giradischi un vero e proprio strumento musicale. Il turntablist divenne un vero e proprio performer che accompagnava gli mc o solista, e nel corso del tempo questa tecnica si è radicalmente allontanata dal mondo del club, si è intrecciata al rock, è tornata nelle discoteche, ha fatto il giro del mondo, è arrivata in Giappone (menziono per affetto il turntablist Nujabes) è tornata in America, ma è tutta un’altra epopea che merita i suoi spazi e i suoi tempi. 


Il disco sound è il primo genere occidentale nato e cresciuto nelle discoteche, poi morto in uno stadio (un attimo che spiego). Trae le sue influenze dalla musica soul e funk, ma ne amplia la strumentazione, ne estende gli arrangiamenti, aggiunge l’incalzante scansione ritmica in quattro quarti, introduce la struttura del break e tracce che hanno sezioni introduttive e finali adatte al messaggio, svuotate di parti melodiche per consentire di sovrapporre due tracce. Durante questa stagione, vengono introdotte innovazioni tecniche che accompagnano l’evoluzione del senso di Dj set, che forse nasce proprio in questo periodo, quando si inizia a comprendere l’importanza della selecta di tracce e della creazione di un flusso dinamico studiato in relazione alla risposta del pubblico. Il DJ deve essere prima di tutto un grande conoscitore di musica, deve conoscere la dinamica delle tracce, comprendere l’istanza di quel momento del pubblico e fare una media tra le due, capire la necessità di una hit nota che risvegli l’attenzione o una crescita di intensità o magari un momento di chill down.

La rivista su cui queste cose vengono scritte (Nimanì rivista) in parte vorrebbe fare come un DJ che mensilmente mette qualche articolo, qualcuno più bello, qualcuno più brutto, qualche digressione storica su cose meno note e qualcosa che parla invece di cose mainstream, possibilmente nel campo della musica dance, probabilmente sulla musica in generale, forse non solo sulla musica. Direte voi: manca un pubblico da intercettare, ma noi lo intercettiamo lo stesso, perché siamo soprattutto degli appassionati intercettatori, prima ancora che ottimi redazionisti.


Il miglior articolo, saggio critico-storico sulla scena del clubbing degli anni 1970, l’unica prova visiva di quel periodo è, per me che non lo so, non sono sicuro e non c’ero, il film La febbre del sabato sera, che secondo uno che non lo sa, non è sicuro e non c’era come me, è la fonte che meglio ricrea quel l'immaginario difficilmente descrivibile nelle poche pagine di un articolo di questa rivista (Nimanì rivista). Lo spirito borghese della disco statunitense mainstream sempre più bianco, ricco, estetico, dopato, eccessivo si gonfia nel corso degli anni ‘70 ed esplode durante la Disco Demolition Night del 1979, quando in uno stadio di Chicago (è qui che spiego) una cassa piena di album di musica disco fu fatta esplodere da Steve Dahl (immortalato nella foto qui sotto), che rappresentava quella fetta di sfigati a cui piaceva il rock e che non gli andava bene che tutti ascoltassero la Disco, genere al primo posto in tutte le classifiche da diversi anni. Ma probabilmente questo evento non fu solamente lo sfogo di un gruppo di uomini che facevano assai poco all’amore, ma fu anche uno dei segnali che la musica disco aveva stancato. E infatti con la fine degli anni 70, gli Stati Uniti proseguono la loro vicenda dance in altri modi, altre vie ed altre figure, mentre in Europa il genere ha avuto ancora fortuna in diverse variazioni (cfr. Articolo sulla Italo Disco redatto da uno dei top 3 redazionisti di Nimanì rivista). 


VII:  Larry Levan al paradise Garage

Due amici d’infanzia della periferia newyorkese hanno contemporaneamente fondato i due generi capostipite della dance elettronica: garage e house, nei pieni anni ‘80. 

Parliamo dei fratellini Larry Levan e Frankie Knuckles. Questo mini-paragrafo non rende assolutamente giustizia alla rilevanza storico-musicale dei due individui, in particolare del secondo, perché in questa sede mi sembra più adatto indugiare sul DJ in sé piuttosto che sulla musica. Infatti, se da un lato Frankie Knuckles ha rivoluzionato la musica, dall’altro Larry Levan ha contribuito maggiormente a plasmare la nuova immagine di DJ. Inoltre è impossibile parlare di Levan senza parlare della sua esperienza al Paradise Garage, club di New York cui è storicamente legato per esservi stato resident durante il decennio ‘77-‘87. Albert Goldman, uno dei primi giornalisti che parlava di queste cose, racconta l’ingresso al Paradise Garage durante un normalissimo sabato sera, (che io normalmente passo nei tavolini fuori da un grigio bar da cui proviene la voce funerea di Vasco Rossi e un odore di morte con in mano un gin tonic che sa di tristezza) :


«From overhead comes the heavy pounding of the disco beat like a fearful migraine. When you reach the bar, a huge bare parking area, you are astonished to see immense pornographic murals of Greek and Trojan warriors locked in sado-masochistic combat running from floor to ceiling. On the floor of the main dancing room are the most frenzied dancers of the disco scene; black and Puerto Rican gays, stripped down to singlets and denim shorts, swinging their bodies with wild abandon»


«Dall’alto giunge il greve pulsare del ritmo della Disco, come una terribile emicrania. Quando arrivi al bar, un’enorme distesa spoglia, rimani folgorato nel trovare immensi murales pornografici di guerrieri greci e troiani bloccati in combattimenti sado-masochistici che corrono dal pavimento al soffitto. Sul pavimento della grande sala da ballo si trovano i ballerini più sfrenati della scena disco; uomini gay, neri e portoricani, denudati fino a canottiere e pantaloncini di jeans, che muovono i corpi con selvaggio abbandono.»


Praticamente tutti i weekend, Larry Levan arrivava al club quando voleva ed iniziava a mettere i dischi, gli stessi dischi che avevano a disposizione gli altri DJ del giro, ma quando li metteva lui era un’altra storia. Perché accadesse questo non è chiaro saperlo, e un lunghissimo articolo di DJ history chiamato “Larry Levan e la perduta arte del Djing” (che vi invito a leggiucchiare qualora foste interessati) tenta di metterlo a fuoco. Non ho idea di come dovesse essere, non ho sentito nessuno in prima persona che raccontava cosa ci fosse in quel posto, ho solo ascoltato qualche registrazione, video ce ne sono pochi e di scarsa qualità. Gli elementi ricorrenti che mi pare di aver rilevato dalle mie capillari ricerche sono:


Larry Levan assurdo. Soprattutto questo, un supereroe alla consolle, tutti quelli che ne parlano lo descrivono come una sorta di Gesù nero e parecchio drogato (muore a 38 anni per aver sgarrato qualche serata di troppo) che mette la musica da Dio. Ma non è solo il fatto di aver messo la musica, è stato un importante remixer (ruolo che fino ad allora era ben poco diffuso), adattava i brani al club, li modificava in base alle esigenze della pista, estendendo la durata, modificando l’equalizzazione e mille pippe tecniche, curava maniacalmente le luci del club, la disposizione di casse e altoparlanti (che spesso a fine serata cambiava), sceglieva i pezzi facendo attenzione alle lyrics così da creare suggestioni che venivano anche dalle parole cantate, che spesso riguardavano amore, pace, libertà, e altre cazzatine da centro sociale che allora probabilmente erano rivoluzionarie. Magia nella pista da ballo, la folla in estasi, ore e ore di musica tutta giusta. Non so cos’altro dire.


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VIII: Gli anni 90: esplosioni ed eccessi. La dj culture

Poco sopra ho menzionato la seconda Summer of Love, riferendomi alla storica estate inglese del 1988 (la prima è del ‘67, è quella americanissima degli Hippy, contro il Vietnam, di Jack Kerouac, viva la pace, abbasso Johnson, viva l’eguaglianza, figli dei fiori, LSD a manetta), come momento in cui la cultura dance in tutta la sua sfaccettata varietà, la cultura del clubbing e, con essa, la musica smettono di essere underground, e vengono fagocitate dalle fasce più borghesi, bianche e mainstream e approdano nel continente europeo, soprattutto in Inghilterra, ma anche in Germania (è il periodo in cui Berlino diventa la mega cool capitale della techno) e ad Ibiza (ancora in parte landa desolata, meta di pellegrinaggio degli Hippie rimasti dalla prima estate dell’amore). Da questo momento in avanti (ancora oggi probabilmente) l'Inghilterra è il principale terreno di sperimentazione per quanto riguarda la dance elettronica, quasi tutte le novità degli ultimi trent’anni arrivano proprio da lì: Jungle, Drum and Bass, UK garage, Dubstep, Acid House sono tutti nati tra Londra, Bristol e Manchester. 

In particolare, durante la seconda Summer of Love, è la Acid che determina l’immaginario, e insieme alla musica: ecstasy, bottigliette d’acqua da condividere per mantenersi idratati (per le pilloline), occhiali da sole per l’ipersensibilità alle luci (anche questo per le pilloline), meno alcol (tanto ci sono le pilloline). Il simbolo partorito da questo immaginario, divenuto poi uno dei simboli del più sfrenato consumismo, è lo smile giallo (e se per arrivare qui siamo partiti dalle Big band Jazz, si potrebbe quasi dire grazie a Duke Ellington, oggi abbiamo le emoji. Grazie Duke 😌 ). 

E prevedibilmente, in seno a questo contesto mainstream ed eccessivo, il DJ si adegua. Ormai è affermata la figura del DJ producer, quasi tutti i nomi noti dalla metà degli anni ‘80 mettono la musica che fanno, ma questi diventano anche dei divi incredibili e le figure di spicco di quella che si chiama “dj culture”. 

L’espressione ha cominciato ad emergere con forza negli anni Novanta per indicare una serie di repertori musicali (Hip hop, Techno, House, Drum’n’Bass) per i quali il DJ era una figura di riferimento in termini di diffusione, e spesso anche di produzione. Minimo comune denominatore di questi generi era il fatto di venire fruiti solo ed esclusivamente attraverso la presenza di un DJ che selezionava la musica manipolando dischi. Infatti, la “dj culture” si basava sull’abilità di combinare in maniera personale diversi brani, il materiale grezzo di partenza, decontestualizzandoli e ricontestualizzandoli. Questo modo di operare rendeva il djing un’attività basata sulla citazione, sul cut-up, sul riutilizzo dei materiali e sulla riedificazione di un’unità sonora partendo da frammenti.


IX: dal 1998: dal digitale, un epilogo provvisorio

Gli anni novanta (sia per il punto di vista o sia per l’effettiva disgregazione) già incorporano una moltitudine sfaccettata di mondi e tendenze, dato che, pregio evidente del mondo dance: non rinuncia a nulla del passato e continua ad evolversi. La Disco, per esempio, che a Chicago si era evoluta nel filone house, ha mantenuto a latere, in Europa soprattutto, il nutrito gruppo di fan dello strumentale (nel senso di non elettronico), più conservativi e legati alla radice ma che col tempo riaffiora carsicamente in manifestazioni comunque singolari, innovative. La house pura di oggi comunemente intesa, quella di Folamour o Coeo forse trae più dalla disco che da Frankie Knuckles. 

Quindi se per gli anni ‘70-‘80, ancora si può ritrovare un canone dance (sarà di nuovo per la distanza o per la maggiore semplicità in questo ambito), dagli anni ‘90 in poi diventa impossibile praticare la via dell’estrema sintesi senza incorrere in lacunose parzialità. Per questa ragione, e per la vastità di effetti che comporta il passaggio al digitale, l’articolo si ferma alle soglie del nuovo millennio, ben conscio della semplicità generalista con cui ha trattato gli imprescindibili anni novanta e sperando che il congenito spirito procrastinatore e pressapochista della redazione della sedicente rivista (Nimanì rivista) non tarpi le ali alle nostre nobili velleità divulgativo-espressive. Si chiude così il primo articolo della rubrica Macro (una rubrica in cui ci sono lunghissimi articoli su temi inafferrabili), durante il giorno stesso della pubblicazione, dopo una stesura dilatata a misure plurimensili per scrivere otto pagine. Buona giornata. 10/1/2025.


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