“Al cinema chiedo ciò che la maggior parte degli americani cercava negli psichedelici. La differenza è che, quando si crea un film psichedelico, non bisogna limitarsi a mostrare le visioni di qualcuno che ha preso una pillola; bisogna creare la pillola stessa”, affermava Jodorowsky, e così nasce quella miscela di surreale, mistico ed esoterico che lo spettatore vive esattamente come un’allucinazione. Ma sarebbe riduttivo definire quel genio cileno solamente in quanto regista: è stato anche poeta, fondatore con Arrabal e Topor del Teatro Panico, produttore, sceneggiatore, attore, scenografo, cartomante e chissà quante altre cose. E il suo gusto ossessivo per l’occulto e il grottesco ha segnato indelebilmente tutta la sua carriera: dalla collaborazione con il celebre mimo Marcel Marceau, al suo primo corto La cravate (1957), dal capolavoro La montaña sagrada (La montagna sacra, 1973) alla più recente esplorazione della Psicomagia. E quale mezzo, se non la musica, può combinarsi meglio con le immagini per creare una pillola così potente da allucinare lo spettatore per un paio d’ore?





Il viaggio di Jodorowsky inizia nel 1968 con
Fando y Lis (Il paese incantato), tratto dall’opera teatrale dell’amico Arrabal. Come molte delle sue opere, anche questa racconta un percorso iniziatico, stavolta verso la cittadina di Tar, dove "appena entrerai, l’estasi si impadronirà di te, per non abbandonarti mai più". È una terra promessa, un paradiso per i mortali, un approdo a una felicità insperata. Il cammino verso questa città incantata è accompagnato da drag queen, frutti esotici schiacciati, uomini con cappelli di latta disposti come pezzi di scacchi, cumuli crescenti di teschi di bovini, uccellini e serpenti da giardino che emergono dall'ambiente come in un numero di magia, corpi e arti umani incatenati e battiti cardiaci sincronizzati con un tamburo marziale. La colonna sonora, composta da Pepe Avila, Mario Louza ed Hector Morely, spazia da melodie tradizionali a ritmi jazz, passando per canti tribali e suoni sperimentali: una varietà musicale che contribuisce all’atmosfera di surreale spaesamento che permea il viaggio di Fando e Lis. A tutto questo si aggiunge l’incessante refrain, più volte canticchiato da Lis: "Io morirò e nessuno si ricorderà di me", un personale memento mori. Emblematica è la scena del pianoforte in fiamme, simbolo visivo e sonoro di distruzione e trasformazione. Sebbene interpretabile in vari modi (siamo pur sempre nel mondo di Jodorowsky), il regista sembra richiamare il potere catartico dell’arte e della musica nel processo creativo. Così, suono e immagini si uniscono per amplificare l’impatto dei simboli sugli spettatori, la cui funzione è così definita dal regista: “Quello che cerco di fare quando uso i simboli è risvegliare nel tuo inconscio una qualche reazione. Sono molto consapevole di ciò che utilizzo, perché i simboli possono essere molto pericolosi. Quando usiamo il linguaggio normale, possiamo difenderci perché la nostra società è una società linguistica, una società semantica. Ma quando inizi a parlare, non con le parole, ma solo con le immagini, le persone non possono difendersi”. 


Dall'impervio sentiero verso Tar, allora, ci si sposta nel deserto di El Topo (1970), il viaggio di un pistolero vestito di nero per sconfiggere i quattro migliori pistoleri e divenirne il migliore. Lo stile è quello crudo e violento di un western all’italiana, con una quantità di sangue e sadismo che nemmeno i primi film di Clint Eastwood. Ma poteva il nostro Jodorowsky limitarsi semplicemente a un western truculento? Ovviamente no: anzi, dà vita a un’opera che viene definita “western mistico” o “western metafisico”, inserendo nell’itinerario picaresco del protagonista (tra l’altro interpretato dal regista stesso) tematiche spirituali e filosofiche. Ma non addentriamoci nel significato più profondo del film. Piuttosto, in che modo la colonna sonora contribuisce a plasmare le sue atmosfere? Questa è stata composta dal regista stesso, in collaborazione con Nacho Méndez. Un flauto risuona per tutta la durata del film, e la melodia iniziale, Burial of the First Toy, ne rappresenta il motivo conduttore. Quando El Topo e suo figlio arrivano nella città sterminata dal Colonnello e dai suoi banditi, si odono i richiami degli avvoltoi e il ronzio dei grilli, pur senza vederne traccia. Suono e immagine si fondono in un’atmosfera inquietante, evocando un’aura di morte e decomposizione. In alcune scene, i suoni umani sono sostituiti da quelli degli animali. Quando El Topo uccide la madre del secondo maestro di pistola, le sue urla non sono umane, ma simili al cinguettio angosciato di un uccello. Jodorowsky spiegò di aver cercato un suono di uccello, ma di aver invece manipolato il verso di un ratto. Questo potrebbe suggerire un legame più profondo della donna con il mondo animale o un’essenza che trascende l’umano, come indicato dal figlio quando parla della sua “presenza divina”. La musica si integra perfettamente con il sound design, e per Jodorowsky il suo ruolo è fondamentale: “Per me, la musica non è un semplice accompagnamento. È un personaggio.” E, ancora: “Penso sempre di star girando dei film musicali, ma non nel senso tradizionale. Li chiamano musical, ma in realtà non lo sono: sono solo storie in cui si inseriscono canzoni e balli. Per me, un vero musical è una costruzione in cui immagini e musica si fondono. Nei film, la musica è sempre sacrificata; si limita ad accompagnare la storia per suscitare sensazioni subliminali nel pubblico. Ogni volta che un uomo e una donna si guardano negli occhi, parte la musica: na na na; se qualcuno viene ucciso, ecco un ritmo incalzante: boom boom boom. Ma questo non è un musical. Quello che faccio io è diverso: la musica parla tanto quanto l’immagine. Non la accompagna semplicemente, ma entrambe fanno parte della creazione, insieme.”


E chi di LSD se ne intendeva, apprezzò molto le prime opere di Jodorowsky: il film successivo, La montaña sagrada, fu finanziato da John Lennon e Yoko Ono, nonché prodotto da Allen Klein, manager dei Beatles. Il regista cileno ha da sempre affascinato molti musicisti: Peter Gabriel lo volle per scrivere e dirigere un cortometraggio per l’album dei Genesis The Lamb Lies Down On Broadway; Franco Battiato lo ingaggiò come attore in Musikanten (in cui interpreta Beethoven) e Niente è come sembra; e anche Kanye West ha dichiarato di essersi ispirato a La montaña sagrada per il suo tour di Yeezus. Ma torniamo a noi: la trama segue un vagabondo, un alchimista e le sette persone più potenti della Terra nel loro tentativo di ottenere l’immortalità scalando la Montagna Sacra, situata sulla misteriosa Isola del Loto. La colonna sonora, composta dal regista con Don Cherry (che già aveva collaborato con John Coltrane, Ornette Coleman e Sun Ra) e il polistrumentista Ronald Frangipane, spazia tra jazz spirituale, musica classica, etnica e rock psichedelico. Jodorowsky ha un approccio pragmatico alla musica. Come raccontò al magazine Electric Sheep, creò personalmente molti suoni, persino colpendo un pianoforte con un vaso da notte per ottenere un effetto sorprendente. Sempre per la stessa rivista, elogiò Don Cherry, che durante le registrazioni arrivò a dirigere fino a cento musicisti, componendo direttamente sulle immagini del film. La musica, per Jodorowsky, è più di un sostegno alle immagini: accentua il significato delle scene, enfatizza i cambiamenti dei personaggi e le atmosfere: la mitica Rainbow Room non sarebbe la stessa senza i suoni che accrescono l’atmosfera onirica e psichedelica del luogo. 


La massima espressione delle idee di Jodorowsky, però, non ha mai visto la luce: parliamo ovviamente del suo ambiziosissimo progetto per Dune. Definito da alcuni critici “il più grande film mai realizzato”, sarebbe dovuto durare tra le 10 e le 20 ore. Ma più che un semplice adattamento del romanzo di Herbert, il regista voleva trasformarlo in un’esperienza sensoriale unica, raccontando la storia di un Messia per la generazione psichedelica e ricreando la sensazione di un trip lisergico senza l’uso di droghe. Per la colonna sonora si era inizialmente pensato alla prog-band francese Magma, al gruppo inglese Henry Cow e al compositore Karlheinz Stockhausen. Poi Jodorowsky decise di affidare la maggior parte delle musiche ai Pink Floyd, che accettarono. Tuttavia, il progetto naufragò per costi proibitivi. Peccato: il binomio Jodorowsky-Pink Floyd avrebbe potuto sostituire per sempre gli psichedelici. Ci dobbiamo comunque più che accontentare dell’opera di un artista che ha saputo raccogliere e reinventare l’eredità del cinema surrealista, tingendolo di una dimensione spirituale e catartica. La musica, nei suoi film, non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio strumento per scuotere l’inconscio, dare voce all’inesprimibile e raccontare, insieme alle immagini, ciò che le parole non possono spiegare. Cosa abbiamo capito? Non serve drogarsi, basta guardare Jodorowsky.