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Il Segreto della Vita Dopo le Città di Pianura

Copertina Le Città di Pianura

Otto ottobre duemilaventicinque. Lo ricordo con precisione, come si ricordano certe date che non hanno niente di speciale e proprio per questo si imprimono addosso. Il giorno dopo sarei dovuto partire per Sofia. Ma quel mercoledì pomeriggio avevo una missione: vedere Le città di pianura prima che sparisse dalle sale. Non so se capita anche a voi, ma a me succede spesso: un film che voglio vedere davvero resta in sala per due settimane, sempre all'orario impossibile, sempre nei cinema più scomodi come se la distribuzione italiana fosse un esperimento di resistenza civile. Così, spinto da un misto di curiosità e superstizione, sono entrato in sala. Due ore dopo, ne sono uscito con una domanda che mi ronzava addosso come una zanzara fuori stagione: qual è il segreto della vita? Sì, lo so, suona enfatico, e Le città di pianura non è certo un film che si presenta con l'ambizione di rispondere a simili interrogativi. Non ci sono epifanie filosofiche, né rivelazioni mistiche. Eppure, tra i bicchieri, i bar chiusi e le strade spente della provincia veneta, qualcosa di quel segreto sembrava emergere, come un lampo in una pozzanghera.

I protagonisti sono due: Carlobianchi e Doriano. Due veneti alcolizzati, perduti ma non del tutto sconfitti. Li vediamo vagare tra paesi anonimi, bar di periferia e piazze deserte, sempre alla ricerca del "bicchiere della staffa". Chi non è pratico del gergo veneto, o meglio del gergo dei bevitori, forse non sa che il "bicchiere della staffa" è l'ultimo della serata, quello prima di tornare a casa. Ma la verità è che, per loro, tornare a casa non è mai un'opzione. L'ultimo bicchiere è sempre il penultimo.

Scena da Le Città di Pianura

Nel loro peregrinare incontrano Giulio, un giovane studente di architettura, napoletano, timido, con quell'aria di chi crede ancora che la vita sia un progetto da disegnare con riga e squadra. I due vecchi lo adescano, lo trascinano con sé nelle loro scorribande, come due diavoli benevoli che gli insegnano a disimparare la linearità delle cose. Il film di Sossai non racconta molto, ma mostra tutto: le città di pianura, i palazzi bassi, le strade senza nome, gli angoli dimenticati. Non c'è mai fretta, mai un climax, solo l'avanzare lento e ostinato di chi sopravvive più che vivere. Guardandolo, ho avuto l'impressione che il regista conosca intimamente quei luoghi, e che li ami non per la loro bellezza, ma per la loro capacità di resistere alla bellezza stessa.

Il Veneto che Sossai mette in scena non è quello da cartolina, né quello delle ville palladiane o dei bacaro tour. È una terra devastata, sospesa, né rurale né urbana, una pianura dove la vita si è distesa come un filo d'erba dimenticato. Eppure, dentro quella desolazione, c'è un'umanità ostinata. Gli abitanti si muovono tra ciò che manca: tra i bar chiusi e i supermercati aperti fino a tardi, tra la malinconia e l'ironia, tra il ricordo e la routine. Sono i superstiti delle pandemie abitative, quelli che restano quando tutto il resto se ne va. Sossai non li giudica e non li consola. Li guarda da vicino, con un'attenzione che è quasi un atto d'amore. È uno sguardo nudo, pulito, che non ha bisogno di spiegare.

Giulio in Le Città di Pianura

E così, mentre Carlobianchi e Doriano cercano l'ennesimo bicchiere, noi impariamo a riconoscere la loro forma di resistenza: sopravvivere al giorno, al tempo, alla noia. Mi sono accorto, a un certo punto, che il film non parlava solo di loro, ma anche di me. Forse di tutti noi. Di chi continua a fare liste, a programmare partenze, a costruire progetti che si sciolgono al primo imprevisto. Di chi vive sempre in uno stato di sbronza lieve, oscillando tra ironia e stanchezza.

L'incontro fra Giulio e i due alcolizzati è il cuore del film. Non è uno scontro di generazioni, come si potrebbe pensare, ma un riconoscersi a metà strada. Giulio cerca nel mondo un ordine: quello delle proporzioni architettoniche, delle strutture logiche, del futuro come costruzione razionale. Doriano e Carlobianchi, invece, vivono di piccoli rituali: la sigaretta dopo la birra, il commento sarcastico, l'auto sgangherata. Ma entrambi, a modo loro, cercano la stessa cosa: un senso, un appiglio. Nel loro vagare comune, i tre si contaminano. Giulio osserva i due vecchi e, lentamente, smette di giudicarli. Forse li invidia un po'. Loro, invece, lo trattano come un figlio o un fratello minore, ma con quella dolcezza ruvida che solo chi ha perso molto può permettersi.

Il film sembra suggerire che l'età non conti, che la giovinezza e la vecchiaia siano solo due versioni diverse della stessa domanda: come si fa a restare vivi quando il mondo intorno si svuota? C'è una scena che non riesco a togliermi dalla testa. Un personaggio secondario, Primo Sossai (sì, si chiama come il regista, e non credo sia un caso), riceve dal suo capo un Rolex come premio per l'ultimo giorno di lavoro. È un gesto veloce, quasi cerimoniale, pieno di quella falsa cortesia aziendale che sa di plastica. Poco dopo lo ritroviamo a giocare alle slot, il Rolex al polso che brilla sotto le luci fredde della sala giochi.

È una scena semplice, ma dentro c'è tutto: il potere, l'illusione del riconoscimento, la tristezza del dopo. Il Rolex diventa un simbolo paradossale: il tempo che passa e il tempo che si perde. Ho pensato che fosse una perfetta metafora del nostro modo di sopravvivere: ci aggrappiamo agli oggetti, ai piccoli premi, alle gratificazioni simboliche, mentre il mondo intorno continua a girare, indifferente.

I tre protagonisti

La provincia, nel film, non è solo un luogo geografico: è una condizione mentale, un paesaggio interiore fatto di gerarchie silenziose e sogni compressi. Un'altra scena, tra le più malinconiche, è quella del ritorno di Genio dall'Argentina. Anni prima aveva rubato degli occhiali firmati nell'azienda dove lavorava con Carlobianchi e Doriano, e per evitare la condanna era fuggito. Prima di partire, aveva seppellito i propri averi in una buca, come a proteggere la speranza di un ritorno. Quando torna, però, trova solo le fondamenta di un nuovo edificio. Al posto dei suoi ricordi, del suo piccolo tesoro, c'è il cemento.

È una scena che mi ha stretto la gola. Perché, in fondo, chi di noi non ha seppellito qualcosa sperando di ritrovarlo intatto, e invece ha trovato solo una costruzione nuova, indifferente, come se la vita avesse deciso di edificare sopra di noi? Sossai non indulge, non piange. Guarda tutto con una calma che disarma. L'ironia tragica del suo cinema è proprio questa: mostrare l'immobilità dietro il movimento, la stanchezza dentro il sorriso. I personaggi ridono, bevono, camminano, ma la loro corsa è circolare, come il gesto meccanico della slot machine.

Il paesaggio cambia, i negozi chiudono, si aprono catene identiche, ma loro restano lì, come pietre di fiume. Carlobianchi e Doriano sembrano usciti da un altro tempo. Non solo anagraficamente, ma proprio nello spirito. Appartengono a quella generazione cresciuta con la promessa del benessere diffuso, delle autostrade piene e dei sogni medi. Gli anni Novanta li hanno congelati: forse nostalgia, sicuramente inerzia. Sono il ritratto di un'Italia che ha cambiato superficie ma non sostanza. Le vetrine si sono fatte più luminose, i loghi più minimalisti, ma la fatica di vivere è rimasta la stessa.

Il film arriva a un punto di grazia quando i tre visitano il sepolcro Brion di Carlo Scarpa. Giulio, l'architetto in erba, conosceva il monumento solo sui libri: linee, prospettive, disegni perfetti. Ma davanti alla realtà scopre un'altra verità. Scarpa, con la sua architettura che unisce cemento e acqua, geometria e muschio, sembra dirgli che la bellezza non sta nell'ordine ma nell'imperfezione. È un momento quasi mistico, ma di una religione laica, fatta di materia e tempo. Lì, tra le superfici corrose e i giochi di luce, Giulio capisce che la vita non si costruisce come un progetto, ma si attraversa come un cantiere aperto.

Forse per questo, quando il film finisce, è l'unico che sembra cambiato. Non nel senso cinematografico della "trasformazione del personaggio", ma in un modo più sottile: ha imparato a guardare diversamente. Doriano e Carlobianchi restano fermi nella loro deriva, ma gli hanno insegnato qualcosa che nessun professore avrebbe potuto spiegargli: che l'ironia può essere una forma di grazia, e che la leggerezza può salvare. Giulio, in fondo, è il solo che riesce a fare un passo avanti, anche se minuscolo. Non verso un futuro radioso, ma verso un'accettazione più umana del presente.

Quando sono uscito dal cinema, era già buio. Le luci dei lampioni si riflettevano sui vetri delle macchine parcheggiate, e l'aria aveva quella quiete della sera in cui sembra che nessuno ormai posso più varcare il portone di casa per uscire. Ho pensato che questa scena l'avrei fatta durare almeno tre minuti, senza musica, con solo il rumore delle scarpe sull'asfalto. Camminavo verso casa, e mi sentivo stranamente leggero, come se il film mi avesse tolto un peso invece di aggiungerlo. Forse perché Le città di pianura non chiede nulla: non ti impone di commuoverti, non cerca di convincerti. Ti lascia semplicemente osservare.

Ripensandoci, credo che il suo segreto sia proprio lì: nel modo in cui riesce a mostrare la vita senza correggerla. Tutti i suoi personaggi, anche i più marginali, cercano di restare a galla in una pianura che non finisce mai. Non sono eroi né vittime, ma figure sospese, comicamente tragiche, che trovano senso nei gesti più minimi. In fondo, la caccia al bicchiere della staffa è la loro metafora perfetta: un'ossessione futile e bellissima, come la nostra ostinazione a voler trovare un significato in tutto.

Se c'è un segreto della vita, Sossai sembra suggerire che non sta nel trovarlo, ma nel continuare a cercarlo. Carlobianchi e Doriano l'avevano forse intravisto, ma se lo sono scordato nel rumore dei bicchieri. Giulio lo sfiora, e invece di trattenerlo lo lascia andare. Io, uscendo dal cinema, ho pensato che forse la vita è proprio questo: un eterno tentativo di ricordare qualcosa che abbiamo già dimenticato.

Non lo so se Le città di pianura sia un film grande o piccolo, ma so che è vero, e che è bello. E che, mentre lo guardavo, ho avuto la sensazione di essere visto anch'io, come se per un momento qualcuno avesse puntato la macchina da presa dentro la mia pianura personale: le mie abitudini, le mie malinconie, i miei bicchieri non bevuti. Forse è per questo che, tornando a casa, ho fatto una deviazione e mi sono fermato in un bar. Ne ho ordinato uno, solo uno, "l'ultimo". E naturalmente, come sempre, non lo è stato.

DS