I. Introduzione: il pubblico della Jungle.

    Negli anni ‘80 i rave negli UK attiravano soprattutto un pubblico bianco, periferico e puzzolente (nel mio immaginario assomigliano ai protagonisti di Trainspotting, per intenderci), lasciando indietro la comunità black che era relegata ai confini della cultura musicale dell’epoca.

    La musica nera, fino a quel momento ignorata, inizia ad essere utilizzata dai DJ più visionari all’inizio degli anni ‘90 e porta ad una reazione discordante tra pubblico e labels: se da una parte i primi amavano queste nuove sonorità, presentandosi in 20.000 ai rave ogni weekend, dall’altra le case discografiche non avevano alcuna intenzione a firmare i DJ che stavano portando queste evoluzioni nel mondo dance.Tuttavia è così che nacque la Jungle. 


    Nonostante l’inizio in salita, non ci volle molto tempo prima che questa raggiungesse una dimensione nazionale, grazie ai rave, sì, principali luoghi di diffusione oltre che i più appropriati per il genere, ma anche grazie alle radio pirate, tornate in auge proprio per diffondere quei generi che, non avvezzi alle radio ufficiali, attiravano migliaia di persone. 


    Le persone nere stavano finalmente definendo la cultura inglese, portando le loro radici musicali nel mondo del ballo. La musica Jungle ha regalato un variegatissimo melting pot danzante all’ambiente UK, come ricordato da una delle leggende del genere, MC Navigator: “It united everyone. In the dances I was seeing Black, white, Chinese, Asian, rich, poor, middle class, old, young, age, race, everything - there was no discrimination.” e così un poco di Reggae e Soul in più, conditi da movimento ed eccitanti batterie, era tutto ciò che serviva per riportare la comunità nera e, in particolare, quella afro-caraibica alle feste popolari abusive. 



    Madre della Jungle e di altri fratelli nel mondo dance è, secondo i veterani del genere, la Acid House, nata verso la metà degli anni ‘80 a Chicago per finire oltreoceano e raggiungere il picco di notorietà qualche anno dopo, approdando in Inghilterra, terra feconda per i generi elettronici, soprattutto quando nascono come fenomeno underground. 

    Qui alla House Americana aggiunsero delle basslines tipiche del Reggae e della DUB, generi che ebbero la loro seconda vita tramite i samples e il desiderio di innovazione. 


    Ma quindi cos'è questa Jungle music?

    Si campionano robe vecchie, vecchissime (tipo anni ‘50 e ‘60), mixandole a veloci, velocissimi pezzi dance (160 bpm di media) con break di batteria molto frenetici, quasi disordinati, perfetti per una danza frenetica e disordinata. 

    Le linee di basso, tipiche del Reggae, vengono mischiate alle basse frequenze e al rapido ritmo delle percussioni, donando al genere una certa versatilità e contrapponendo bassi profondi a sonorità più acute. 


    Proprio il genere giamaicano è stato fondamentale per la Jungle, sia per quanto riguarda i campionamenti (spesso “rubati” ai loro autori, senza neanche dar loro un pound di ringraziamento) che per le vocals, che imitano lo slang e la cadenza isolana del parlato. 


    Nel mini documentario “Made in Britain” ci sono alcune vecchie rocce, pilastri del genere che commentano l’impatto della Jungle sulle nuove generazioni, che sembrano aver appena scoperto che questa esista (e quindi, prontamente, le vecchie rocce ne reclamano l’origine, che descrivono come “older than you, mate”). Una frase in particolare, pronunciata da MC GQ dice: “This small island has changed the world in what we create, musically”. 


    Le atmosfere perlopiù rilassate del mondo giamaicano vengono ribaltate o, meglio, accompagnate da bruschi, frenetici, incasinati e rapidi break di batteria, che donano ad ogni traccia la sua irresistibile energia. 

    Ѐ così che nei rave, nei club, alle feste e ovunque si suonasse un pezzo Jungle si potevano distinguere, dai loro movimenti, due tipologie di ascoltatori: da una parte c’erano i chill guys (o girls, eh) che, rilassati e tranquilli, accennavano qualche pigro movimento con spalle e testa mentre seguono le basslines delle canzoni, anche queste rilassate e tranquille. Però nella massa si vedeva anche gente che, invece, si muoveva in maniera all’apparenza (e magari anche di fatto) casuale ed estremamente dinamica, quasi come fosse una competizione di chi facesse più inutilmente fatica. Bene, questi ultimi non erano certo lì per rilassarsi e starsene in disparte con un drink in mano. No, loro stavano seguendo i break delle batterie che, se siete familiari con il genere, sapete che sono estremamente difficili da seguire: si vedevano braccia e gambe muoversi non stop, teste fare avanti e indietro, destra e sinistra, su e giù e bacini che non erano in grado di stare al passo con tutta questa foga e che quindi si lasciavano trasportare ovunque il resto del corpo, o la musica, li guidasse. Questo è un altro rimando alle radici culturali della Jungle, poiché i movimenti appena accuratamente descritti sono molto simili a quelli tipici della danza giamaicana chiamata skank, ballata per le strade dell’isola. 


    Quindi, contemporaneamente al celebre Britpop e alla criticamente apprezzata Trip Hop, anche l’ambiente più underground dell’Inghilterra stava finalmente trovando nella Jungle la propria identità, spesso messa in comparazione con l’Hip Hop statunitense, sia per popolarità che per impatto culturale. Ad ognuno il suo: da una parte musica da rave, dall’altra musica per ghetti.  




    La Jungle si è sviluppata nel periodo in cui la tecnologia stava diventando un fattore fondamentale nella produzione e consumazione della musica e i DJ non esitarono a sperimentare: dalle loro camerette e dalle camerette dei loro amici nasceva in continuazione musica. Il processo creativo non aveva più necessariamente bisogno di uno studio, un’apparecchiatura professionale e altri mille scomodità: ora bastavano campionatori e sequenziatori per dare vita a nuove tracce. Vengono così riesumati pezzi “antichi”, che avevano magari visto il loro periodo di splendore tra gli anni ‘60 e ‘70 per poi finire nel dimenticatoio. Esempio lampante è la traccia “Amen, Brother” dei The Winstons: questa canzone ha probabilmente il break di batteria più campionato della storia, un estratto di soli 5.2 secondi che, velocizzato e modificato con i giusti effetti, è stato abusato dai DJ Jungle (ma non solo) che negli anni ‘90 lo hanno piazzato più o meno ovunque. Per quanto riguarda i diritti beh, non hanno dato diritti e il povero Gregory Coleman, batterista e autore dello spezzone, è passato a miglior vita senza neanche guadagnare un centesimo da tutte le copie. Amen, brother. 






    Però la Jungle è un genere underground e come spesso, sfortunatamente, succede l’opinione pubblica e i mass media iniziarono ad associarla a quelle poco simpatiche peculiarità del mondo underground: spaccio, competizione tra drug dealers, violenza, crimini e quant’altro. 

    Dato che le radio smisero di trasmettere i pezzi Jungle, le venues negavano ai DJ ogni tipo di richiesta e le loro mamme piangevano pensando a quanto fossero cattivi i loro figli, diventò sempre più complicato per gli artisti trovare delle location per i loro show. 

    La ormai pessima nomea del genere chiamò un cambiamento radicale e tutti i DJ lo capirono alla svelta: si riunirono e decisero che la Jungle doveva morire. O meglio. che la Jungle doveva rinascere con un altro nome, non ancora macchiato dall’opinione pubblica, non ancora squartato dai mass media. Nasce così la Drum and Bass, un genere che eredita diverse caratteristiche dell’ormai deceduta Jungle, da cui si sottrassero le sonorità e i campionamenti Soul e Reggae, donando alle strumentali un tono più oscuro.  Nella foto, Roni size, uno dei grandi nomi della Drum and Bass dal '97 in avanti.



    Questo è un viaggio che parte dagli schiavi africani, mattacchioni e spiritosi, prosegue sulle spiagge e nelle strade giamaicane e si diffonde in tutto il mondo, senza mai poter finire. 

    Tra le innumerevoli anime toccate e spiriti rallegrati, la musica Reggae è stata influente in tutto il mondo, portando un messaggio di pace e allegria dove questo mancava, un senso di comunità a chi non si sentiva parte e, infine, grazie alla cooperazione con artisti e generi di diversa provenienza, è riuscita a dare il suo immenso contributo anche al panorama musicale in tutto il mondo (Nimanì Rivista ha creato una playlist apposita a breve). 


    Lo spirito e le radici giamaicane riecheggiano ovunque ancora oggi. I breakbeat, le ritmiche spezzate e sincopate provenienti da Ska e Rocksteady, i campionamenti vocali della Jungle e l’amore per la soundsystem culture portano a fare esaltare i giamaicani che vivono negli UK, che quando sentono questi ritmi : 

    “I heard the beat and I was getting back to my roots”