


«Verrà un giorno in cui faranno le cliniche come i nightclubs. La gente vuole divertirsi, fino in fondo» La Notte, M. Antonioni
PARTE 0. Quello che non è «club culture»
Le fonti non parlano chiaro, e già parte male, e in più scrivere della discoteca è trattare materiale liquido. Il club è una chimera di elementi, architettura, design, musica, droga, dj, alcool, persone, notti, città, tutto concorre a costruire il club. Quindi, in fondo, parlare di luoghi fisici dove si balla non ha gran senso, è meglio astrarre fino a sublimare il luogo in ambiente, ed arrivare così ad indicare il tema in questione con una comune locuzione anglosassone ed antipatica: club culture.
Di tale etichetta bisogna dare una data di nascita, ed è già tutta una questione da dirimere. Non tutti, accademici e non, studiosi e appassionati, sociologi e DJ, sono d’accordo. Noi (di Nimanì rivista) aderiamo alla versione più storicamente romanticizzata, consci dei limiti, ma anche con una argomentazione a sostegno. Scegliamo una data di nascita: 1970, e un luogo: New York.
Due precisazioni: le esperienze che precedono il confine del Settanta sono da rintracciare in un ventennio di tentativi ed embrioni, che già hanno qualcosa dello spirito libertino e intrinsecamente queer che oggi continua ad avere il club comunemente inteso. In parte sono già state menzionate nel primo articolo di questa rubrica, ma forse in questa sede è necessario fermarsi per qualche riga e celebrare figure e luoghi di spicco. Qualcosa si merita la semidea Regine Zylberberg, imprenditrice belga naturalizzata francese morta nel 2022, proprietaria di oltre venti discoteche, barista del Whisky go-go di Parigi, poi fondatrice del Chez Régine, sempre nella capitale francese. Si può dire che la Queen of the Night (questo il suo modestissimo soprannome) sia stata la donna che ha istituzionalizzato il night club e lo reso una serata con musica anche nel caso in cui, in assenza di musicisti, la musica venisse riprodotta non già da un jukebox, come in molti pub e bar non troppo cool, bensì da vinili e giradischi, di cui lei stessa era responsabile negli anni ‘40. Sì, hai letto bene, anni ‘40, ha iniziato a lavorare nel Whisky go-go nel 1947, locale americaneggiante nella città degli innamorati frequentato inizialmente dai Marines nostalgici della homeland, poi sempre più dalla media borghesia filoatlantista francese.
Parallelamente a questo filone di discoteca europeizzata poi reamericanizzata negli anni ‘60, con sock hops universitari e compagnia bella, party bianchi e borghesi, in cui la musica riprodotta era tendenzialmente il boogie delle big band, o il rock and roll, va menzionato il fenomeno culturale delle ballroom che forse è il vero antecedente della club culture per elementi che ora, se pazientate qualche riga, verranno messi in luce. Erano luoghi di ritrovo per tutte le comunità discriminate fin dalla fine dell’Ottocento, in cui si potevano vedere le drag queen addirittura, e accenno solo al caso di William Dorsey Swann, prima drag queen della storia che si definì tale, gay, nera e figlia di schiavi, una delle prime promotrici di questi eventi.
I drag balls erano una vera controcultura, luoghi che subiranno per decenni raid della polizia e violenti arresti ai danni di travestiti e di anacronistiche persone gender fluid. Formalmente la ballroom culture, comunemente intesa, nasce solo nel 1968 con la Royal House of Labeija, ma questa è un’altra storia che meriterà dello spazio dedicato nella rivista (Nimanì rivista).

Seconda precisazione: per definire la club culture in senso sincronico bisogna certo estirpare dal sentire comune norditaliano del ventunesimo secolo l’immaginario legato alla discoteca commerciale, la deriva barbara e traviante di quello che il club voleva costruire. Senza incorrere in acrobatiche lungaggini moraleggianti, è opportuno constatare come la vocazione inclusiva, libera, quasi erotica e comunitaria del club venga radicalmente tradita dalla discoteca commerciale contemporanea, tempio delle convenzioni, dove viene idolatrato lo stereotipo in quanto deriva de-esteticizzata e svuotata dell’archetipo “niveo incamiciato da ostriche champagne settimana bianca d’inverno, o capannina di forte dei marmi d’estate”, palcoscenico di un modo di vivere le collettività provinciale, esclusivo (cioè che esclude) e omologante (ricordare il nemico rappresentato nella prima foto del primo articolo che riesco con grande soddisfazione a nominare di nuovo nel secondo macro: James Hype).
Forse per questo (tragico, e lasciatemi giudicare) rovescio della medaglia, i legittimi (anche se sulla legittimità non andrei sicurissimo) eredi della New York anni ‘70 hanno dovuto col tempo incorporare una contraddizione, rendendo (vedi l’esempio del Berghain berlinese e del mondo ad esso esteticamente legato) i luoghi inclusivi attraverso la più estrema e elitarissima esclusività, impiegando unico criterio la “vibe” dell’aspirante clubber in coda, intraducibile concetto che rende a tutti l’idea. La controrisposta al club come spazio fisico elitariamente esclusivo per essere inclusivo, è probabilmente la proletarieggiante scena rave europea anni ‘90, e anche su questa ce ne sarebbe da dire, mondo che solo per affinità politico-estetiche seconde si è legato ai centri sociali e alla tekno komunista, ma che nasce inizialmente come clandestina conseguenza ai decreti antirave del periodo thatcheriano in Inghilterra, vani tentativi di legare le mani a esplosioni ed eccessi della Second Summer of Love (cfr. Chi metteva la musica?)., quindi tra ‘92-’94.

Ed ora, dopo che la scimmia sociopatica e superficialmente anticonformista che abita il mio animo si è sfogata, e dopo aver apposto i soliti puntini sulle solite i, posso parlare della scelta New York anni ‘70.
PARTE 1. Cronistoria minima della «club culture»
«Il punto non è fare musica carica di messaggi politici. Il punto è mostrare che ci sono vita e gioia, che esiste la bellezza, perché io penso che la bellezza sia la miglior rivincita».
Brian Eno
In principio fu il loft di David Mancuso, grande assente del primo articolo macro, ma sul quale in questa sede non si può sorvolare. Parto dalla mielosissima citazione di Brian Eno che facendo un po’ il figo dice una cosa su cui è bene insistere. La club culture ha una storia rilevante forse prima di tutto in senso politico.
Infatti partire dal 1970, in particolare nel giorno di San Valentino, a New York, in particolare nell’appartamento al 647- 649 di Brooklyn di David Mancuso, il padrino del party, significa attribuire lo statuto di club ad un ambiente che presenta degli elementi che valgono più della semplice somma delle parti (come una zuppa): impentoli un ambiente chiuso, un nutrito gruppo di uomini gay, neri, anche etero, artisti scalcagnati, un po’ di donne, un tizio che mette i dischi, luci, un ottimo soundsystem, cibi e bevande, gli dici che sono lì per una festa ed esce una zuppa che è buona ed ha una sapore che non sembra la somma di carote, cipolle e sedano. Crei una situazione costruita (per usare anacronisticamente il linguaggio di Mckenzie Wark): il club. E David Mancuso, dicono le fonti, probabilmente è stato il primo a cogliere questa dimensione più astratta e mistica, all’insegna dei valori che eredita direttamente dalla cultura hippy: Loves saves the day, questo il nome dei party al Loft, sempre ispirati dall’amore universale, manifestare un senso di unità e condivisione. Per capire il tipo rimando ad un’intervista tradotta in italiano su Not, risalente al 2007 qualche anno prima della morte del nostro, avvenuta nel 2016.
I party di Mancuso, uniti alla tecnica del mixing inaugurata da Francis Grasso (cfr. Chi metteva la musica?), trasforma il panorama notturno americano, a cui partecipano anche Larry Levan e Frankie Knuckles nelle rispettive Warehouse e Paradise Garage, entrambi locali gay. Le origini della dance elettronica sono questi “Club di neri e gay” (Collin), veri e propri incubatori delle innovazioni stilistiche, estetiche, musicali che piano piano filtrarono verso la società bianca ed etero.
In questo modo di fare clubbing democratico ed interculturale sta il fattore politico. Tuttavia bisogna lasciare da parte la concettualizzazione di Habermas di sfera pubblica come luogo di dominio della parola, per capire che la società danzante nei club queer combatte con il medium del movimento: attraverso la creazione di spazio di divertimento “incorporano le proprie attitudini e modellano un mondo basato sui principi di solidarietà, individualità, piacere e movimento”. (E. Petrilli, Notti tossiche, non so come si citi).
Nella società della netta separazione tra pubblico e privato degli anni ‘70, dominava un’ideologia che relegava le donne ad un compito di cura domestica e, limitava le possibilità di espressione nello spazio pubblico per tutti quei soggetti che non rientravano nel modello antropologico dominante, quindi persone LGBTQ e POC, e il Loft era valvola di sfogo.

Il movimento inaugurato da Mancuso fu cavalcato dalla disco music e dalle decine di locali newyorchesi che naturalmente resero lo spirito di selezione x la libertà una forma di oligarchia x la coolness, fino a rappresentare il luogo di ritrovo del jet set internazionale per le serate, e a dimostrazione di ciò basta riportare l’elenco di Wikipedia dei nomi che sono passati dallo Studio 54, uno studio televisivo convertito nel ‘77 a discoteca incredibile. L’hanno chiusa per evasione fiscale.
“Numerosissime furono le celebrità del periodo a frequentare lo Studio 54. Tra queste spiccano i nomi degli attori Woody Allen, John Belushi, Sean Connery, Robert De Niro, Michael Douglas, Faye Dunaway, Farrah Fawcett, Richard Gere, Margaux Hemingway, Dustin Hoffman, Bette Midler, Liza Minnelli, Olivia Newton-John, Jack Nicholson, Al Pacino, Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone, Elizabeth Taylor, John Travolta, Robin Williams; dei musicisti Bee Gees, Leonard Bernstein, David Bowie, James Brown, David Byrne, Cher, Alice Cooper, Marvin Gaye, Debbie Harry, Michael Jackson, Mick Jagger, Rick James, Elton John, Grace Jones, Tom Jones, Amanda Lear, John Lennon, Madonna, Freddie Mercury, George Michael, Giorgio Moroder, Dolly Parton, Lou Reed, Keith Richards, Frank Sinatra, Rod Stewart, Barbra Streisand, Stevie Wonder; degli artisti Michail Baryšnikov, Truman Capote, Salvador Dalí, Elio Fiorucci, Tom Ford, Diane von Fürstenberg, Martha Graham, Halston, Tommy Hilfiger, Calvin Klein, Karl Lagerfeld, Rudol'f Nureev, Paloma Picasso, Francesco Scavullo, Valentino, Andy Warhol; della modella Gia Carangi nonché delle ex first ladies Betty Ford e Jackie Kennedy. Alla serata inaugurale, nel 1977, partecipò anche il futuro presidente degli Stati Uniti Donald Trump, all'epoca ancora non entrato in politica, con l'allora moglie Ivana, e Trump fu anche il primo a mettere piede nel locale. Si ricorda anche la presenza del calciatore Pelé, della cantante rock italiana Loredana Bertè nonché degli attori Marcello Mastroianni e Gérard Depardieu.”

Saranno Paradise Garage a New York e Warehouse a Chicago a far evolvere questa filosofia, diventando il punto di riferimento, a partire dal 1977, della popolazione gay nera e iconizzando Larry Levan come inventore dello stile garage house. È però sempre il Loft negli Anni Ottanta a fare da apripista per l’intersezione tra clubbing e voguing, una sottocultura nata all’interno della comunità queer black, che troverà spazio, oltre la strada, in club come il Red Zone, il Sound Factory, il Latin Quarter e l’Escuelita.
A Manchester l’architetto e designer Ben Kelly progettò una cattedrale del rave postindustriale, Haçienda (1982), cofinanziato, tra l’altro, dalla band britannica New Order. Da qui l’acid house, un sottogenere della musica house, partì alla conquista della Gran Bretagna. Negli anni Novanta, il clubbing è stato l’oggetto di molte ricerche interessanti su come questa nuova forma di socialità danzante potesse costituire un attacco allo status quo. Un esempio sono le performance di genere, con i figli della working class che rifiutano lo stereotipo del maschio rude e violento, o le ragazze che sperimentano nuove forme di femminilità… diciamo più desideranti. Tuttavia, più il clubbing è diventato un fenomeno di massa e commerciale, più le pubblicazioni si sono concentrate su elementi “vendibili” come i dj superstar o le scene più cool.
Lo stesso vale anche per la scena berlinese dei primi anni Novanta, dove discoteche come Tresor (1991) diedero nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro.
Dagli anni 2000, lo sviluppo della club culture si è fatto più complesso: da un lato è in forte ripresa e in continua espansione, appropriata da marchi e festival di musica globali, dall’altro, molti club sono spinti fuori dai contesti urbani o sopravvivono come tristi monumenti di un passato edonistico.
“Ovviamente, i club di musica elettronica non sono solo questo, perché il loro potenziale edonico è messo a servizio della produzione di capitale attraverso una serie infinita di tecnologie del potere che – semplificando – provano a limitare le esperienze dei clubbers” (Enrico Petrilli).
Quindi ora ci si chiede…
PARTE 2. La «club culture» sta morendo?
«L’affermazione online della propria personalità e status digitale ha oramai quindi uguale peso (se non maggiore) della propria realizzazione offline e fisica. Insomma, probabilmente questo è uno dei momenti più delicati della storia del clubbing.
[...] I club e la musica d’altronde hanno già giocato in passato un ruolo essenziale come veicoli di socializzazione, lo hanno saputo fare senza distinzioni di razza, classe sociale o orientamento sessuale. Oggi dunque il mondo del clubbing ha tutte le carte in regola per ricostruire una scena in una modalità un po’ meno miope e forse maggiormente attenta ai bisogni e alle attitudini attuali di una società in continua evoluzione, sempre più digitalizzata, ma allo stesso tempo anche più insicura e individualista.
In fin dei conti, la questione di fondo è semplice. C’è bisogno di far riscoprire alle persone delle emozioni, un senso di affiliazione e appartenenza, delle connessioni autentiche che tornino a farle sentire protagoniste e, tutto sommato, meno sole»
Alice Porracchio
La citazione di partenza offre un punto di vista da cui iniziare per parlare della spinosa questione ormai trend topic sull’attuale condizione socio-economica-culturale delle discoteche, e più in generale della club culture. Oggi la club culture ha molto potenziale come collante, come dice anche Alice Porracchio. Insomma, rivisitando l’etichetta di agorà, come spazio sia pubblico che privato, necessario in un mondo, quello contemporaneo, in cui la socialità, (nel senso di Bauman, come unica via di riscatto esistenziale in quanto responsabile di un sano collegamento tra problemi privati e attività pubblica) «è incerta», il club potrebbe essere uno sfogo regolare, una sorta di antiagorà, spazio né pubblico, né privato, [a differenza della discoteca commerciale, forse il luogo in cui il privato scompare in favore dell’esibizione dell’ombra idealizzata di se stessi], in cui l’individuo sospende se stesso nella collettività che però non è pubblica, poiché non vi è esibizione del privato, ma soltanto temporanea dissoluzione del privato, o almeno succede in un clubbing ideale.

Questo probabilmente può avvenire su livelli diversi, in base all’uso o meno di droga, alla musica, al tipo di persona che si è. Valerio Mattioli, nell’articolo “Rip Club culture, finalmente” di Not magazine, con un tono provocatorio sostiene che solo il rave, per i suoi conclamati eccessi in ogni direzione [cassa che più dritta non si può, droga che di più non si può, sesso che più libero non si può] risponda effettivamente a questa esigenza, e che le idee di clubbing sostenibile e politicamente impegnato non siano che un pippone giustificazionista per supportare politicamente un’iniziativa puramente economica. E, secondo l’attivista queer McKenzie Wark, in Raving, effettivamente, la possibilità di un’isola nel surround (etichetta coniata dell'attivista per indicare aree spaziotemporali in cui si sospende la dinamica sociale consumistica imperante e anche qui non si può che accennare), è riservata ad individui che hanno un rapporto più complesso con la propria identità di genere, o identità in generale, e che, per ragioni storico-culturali, sono tendenzialmente più vicini al consumo di svariati tipi di acidi, e che non frequentano i club, ma i rave, per l’appunto. Alcune voci sembrano dunque propendere per la fisiologica radicalizzazione della club culture, escludendo la gran parte delle realtà dallo statuto di “Club”, nel senso in cui ne stiamo parlando da ormai cinquanta minuti. Di questo parere anche Eloise Hendy, che nell’articolo per Vice Club Culture Isn’t Dead – It’s Evolving intervista alcune realtà inglesi, e trae una conclusione simile a quella succitata, ma stavolta con gli esclusivissimi locali BDSM, opposto speculare della cultura rave per certi versi, ma comunque un’esperienza di club radicalizzata.
Una sostanziale differenza che intercorre tra i due poli, però, è la posizione rispetto alla dinamica di commercializzazione istituzionalizzante, che vuole essere rifiutata nella situazione costruita di Wark, mentre forse viene portata al parossismo nel caso del Club BDSM/berlinese. Da un lato la rave culture conserva intrinsecamente la matrice controculturale propria della club culture pre thatcheriana (cfr. sopra), quando il clubbing ancora non rientrava nelle dinamiche farmacopornografiche di “ipermercati delle offerte” (Maria Teresa Torti), come invece avviene con la nascita dei superclub e la persecuzione serrata di droghe come MDMA in favore di un rientro in grande stile del consumo di alcolici, spesso addolciti e alleggeriti in improbabili long drinks (gin lemon, altre grande nemico di Nimanì rivista o almeno del redattore di questo articolo, se così lo si vuole chiamare) per macinare carovane di danari sul giovane pubblico borghese medio che nella discoteca vede il tempio del piacere, silenziosamente (ma neanche troppo) razionalizzato e controllato dalle dinamiche economiche. Uff, parlare di club è complesso. Dall’altro lato, invece, i locali BDSM portano all’estremo (in un certo senso causando un cortocircuito) le norme estetiche-economiche-sociali imperanti, promuovendo un’idea di club così estremamente discoteca che non è più prodotto per il pubblico e quindi rimane una nicchia che fa il giro e si trasforma in una vera oasi di libertà distillata per gli avventori.

Tuttavia, la vulgata, il pueblo, la grande massa di persone di clubber o semplici appassionati, di non addetti ai lavori, specialmente quelli della generazione X e Y che hanno vissuto le epiche nightlife anni ‘90 e 2000 e anche i classici utenti Reddit nostalgici di una gioventù che non hanno mai vissuto [altro tema su cui ci sarebbero fiumi di parole da spendere] la pensa diversamente.
Ho aperto un video mix House suggerito dal feed di Youtube e (sarà un caso) tutti a cercare un motivo valido per l’evidente morte del dancefloor. Non disponendo i mezzi per una ricerca statistica seria, mi appiglio a queste voci, anche se non sarebbero scientificamente attendibili. In ogni caso quello che si sente dire è che il club è morto, e tendenzialmente la frase (stereo)tipica è: Cellphones killed nightlife. Digitalizzazione, social, app di incontri, instant message e chi più ne metta sono il capro espiatorio per le piste da ballo vuote. Sarà veramente così? Noi lo stiamo cercando di capire, negli articoli DJ su Youtube, si sta pornografizzando la discoteca, cioè ci basta vedere il godimento per sentirci appagati? L’utente medio si accontenta di essere spettatore a bordo pista o addirittura come iscritto Youtube? Sono domande, di risposte non ne possiamo dare ma questa rivista (Nimanì rivista) è anche un percorso per noi. L’ipotesi consolante di Alice Porracchio menzionata in apertura del capitolo può dare un senso finale a questa riflessione, forse “c’è bisogno di far riscoprire alle persone delle emozioni, un senso di affiliazione e appartenenza, delle connessioni autentiche che tornino a farle sentire protagoniste e, tutto sommato, meno sole”.
Com’è suo solito, con paraculaggine, la presente rivista (Nimanì rivista) sospende il giudizio tra le fazioni, limitandosi ad aprire e problematizzare la questione e rimandando ad una sede futura, quando maggiori tempi di studio, e più esperienze potranno farci dire senza ombra di dubbio che la verità è… per il momento è tutto.
