Il primo impatto con Marco Castello, quando ancora non lo conoscevo – l'anno scorso, su un altro palco – mi portò a riflettere (per un paio di secondi, non di più) su una questione tuttora irrisolta: quanto è alto Marco Castello? Nemmeno Wikipedia si pronuncia al riguardo, e così rimango col dubbio: è davvero un "nano robusto", come mi era parso, o semplicemente sfigurava accanto a figure più slanciate – allora i Tropea, stavolta i membri della sua band?
Quel che è certo è che, già nella sua corporatura, c'è qualcosa che fa sorridere: un'immediata simpatia che precede la musica. Così si è presentato sul palco del Circolo Magnolia a petto nudo, indossando una sorta di telo mare (presumo) a mo' di gonna: una visione al tempo stesso spiazzante e perfettamente coerente con il personaggio. Anche stavolta, la sua figura sembrava "fuori scala" rispetto a un palco piuttosto imponente, eppure gli ha tenuto testa con naturalezza.
La chitarra sempre lì, come un'estensione del corpo, pronta ad entrare in azione. Le movenze oscillavano tra l'immobilità composta del cantautore classico (chitarra e microfono ben piantati) e l'esuberanza improvvisa di una rockstar scoordinata. Passi improbabili, certo, ma pienamente in linea con ciò che dichiara in Torpi: "faccio schifo a ballare", no? Insomma, non so quanto sia alto Marco Castello, ma di sicuro è uno che sul palco si allunga e non sparisce tra i componenti della sua band.
Il suono dal vivo di Marco Castello poggia su una colonna vertebrale ben rodata: Lorenzo Pisoni al basso e Leonardo Varsalona alle tastiere, compagni fedeli dai tempi delle registrazioni berlinesi di Contenta tu. È con loro che Marco ha raccontato, con la consueta serietà sghemba, di aver scritto Palla, brano in cui molti (erroneamente) hanno voluto leggere un'ode testicolare, quando invece la protagonista è, parole sue, "il culo". Chiarito il lessico, il pezzo resta comunque un esercizio notevole di groove e ironia: un giro armonico che ondeggia tra sensualità e nonsense.
Insieme disegnano un muro di suono morbido, fatto di riff puliti e incastri che sanno di jazz, ma anche di club anni '70 in pieno pomeriggio. Nel live, il nucleo si espande: la batteria dà profondità e motore, mentre la chitarra elettrica rifinisce il tutto con fraseggi saturi e riff che restano in testa, senza bisogno di strafare.
È un equilibrio raro, quello tra precisione e leggerezza: l'arrangiamento sembra fluttuare, mai sovraccarico, eppure ricchissimo. Su tutto, si innesta il sax: onda calda e immersiva, che trasforma le pause in sospensioni e i finali in dissolvenze cinematografiche. E se serve un esempio della continua apertura sonora del progetto, basta citare il flauto traverso (che l'artista si è procurato, credo, poco prima del concerto tramite Instagram) nell'inedito con Venerus, inserito con naturalezza, come se fosse sempre stato lì, in attesa di entrare. Un suono che allarga ancora di più il campo e che ci fa capire che si potrebbe allargare ancora di più.
Circa a metà concerto, proprio quando l'atmosfera era ben rodata e il pubblico aveva preso ritmo, Marco Castello annuncia a sorpresa l'arrivo di Venerus. Tra gli applausi, l'artista sale sul palco con la calma di chi poco prima era nella condizione di fan, non di collega: fa complimenti sinceri al live visto "da fuori", e raccontano brevemente di quando si erano trovati in Sicilia tempo prima, per scrivere insieme il pezzo che stanno per eseguire.
La disposizione è essenziale e quasi teatrale: entrambi seduti su due sedie, vicini, ciascuno con la propria chitarra. Alle loro spalle, il flauto traverso, in piedi, centrato, immobile, completa la composizione visiva con una presenza discreta ma significativa. La performance è intima, quasi sussurrata. Una sospensione. Il pubblico, che fino a poco prima partecipava attivamente al concerto, entra in una modalità diversa: ascolto totale, un silenzio collettivo che sembra rispettare lo spazio fragile del brano.
Niente distrazioni, solo parole leggere e suoni morbidi che si muovono appena sopra il respiro. Per quello che ho sentito, più o meno il pezzo parlava di sopravvivenza dolceamara: di avere poco ma immaginare molto, di una felicità quasi accidentale che si trova nelle cose minime, nei disastri condivisi. E se in tutto questo non vi è chiaro cosa significhi, tranquilli: forse è proprio così che deve essere. Magari la vera felicità è proprio non capirci troppo.
Se c'è una cosa, ed una cosa soltanto, su cui la presente rivista (Nimanì rivista) avrebbe qualcosa da criticare, attività molto facile e consigliatissima, è l'inaspettata (ma non troppo se sei un attento scrollatore di stories) discesa in campo del signor Castello.
Una faccenda su cui rimango sempre un po' perplesso è il desiderio di impegnarsi politicamente con le canzoni in una maniera che può risultare approssimativa. Non intendo dire che un artista si debba profondere in un comizio ben argomentato, ma gridare così sul palco che gli Yankees sono la causa di tutti i mali, l'ho trovata una mossa azzardata, quasi macchiettistica. Non voglio pronunciarmi in maniera (forse non più) comodamente democristiana, ma ridurre le oscure e sicuramente discutibili trame geopolitiche che coinvolgono gli Stati Uniti ad un paio di slogan che catturano il pubblico centro-sinistro del Magnolia mi è parsa una mossa per lo meno contestabile. Sia detto per inciso, l'inedito che ha cantato (penso si chiamerà l'editto del sotto scoglio o qualcosa del genere) è forse il pezzo più spettacolare che ha fatto, anche se non ne ho colto tutte le parole.
Credo che sia perfettamente legittimo (qualcuno direbbe necessario, io non mi spingo a tanto) che l'artista si schieri e si attivi per delle cause politiche ma forse sarebbe più sensato che lo facesse su questioni che può vedere davanti ai suoi occhi, che non si semplifichino ma anzi fioriscano attraverso la lente della trasfigurazione artistica. Non perché l'abbiano fatto solo loro, ma il modo in cui la politica in De Andrè o Guccini diventava poesia era convincente perché parlava di problemi, e non si soffermava troppo ad accusare chi probabilmente i problemi li causava.
Quindi forse quello che rende la scelta di Marco Castello a mio modestissimo ed individualissimo parere più opinabile è che l'attenzione si concentra sull'accusa del cattivo più che sulla disumanità del problema. Dovrò e dovremo ascoltare la canzone per avere conferma di questa visione, ma quanto dichiarato sul palco mi porta a pensare questo. In ogni caso, ripeto, è un bellissimo pezzo e comunque apprezzabile il coraggio di dire una cosa del genere ad un pubblico che forse non la condivide del tutto.
Forse De Andrè o Guccini avrebbero fatto una bellissima canzone sulla guerra in Ucraina, invece di una bellissima canzone contro il ruolo degli Stati Uniti in questa faccenda. Però, di nuovo, è l'opinione di uno che di politica ne sa ancora meno che di musica.
Dopo un po' il leggero e marittimo signore della musica si desta da quella trance in cui l'esuberante performance lo ha guidato e sussultando si ricorda che il suo tempo è limitato, perché tra poco dovrà lasciare il palco alla serata nostalgia indie o qualcosa del genere (per protesta o pigrizia non vado neanche a cercare il nome preciso). Allora sfodera un paio di endecasillabi faleci che scolpiscono una poesia, inafferrabile lirismo che scuote i pesci intossicati che abitano i fondali dell'Idroscalo, qualcosa come: "adesso facciamo alcune canzoni che ci piacciono", poi uno due tre e comincia a suonare.
Non si ferma a dire granchè, lascia parlare la musica direbbe Liala e forse avrebbe anche ragione. Palco, Gilberto Gil. All'inizio ho pensato è siciliano, poi no sicuro è Pino Daniele o qualcosa del genere, poi ho pensato sarà un cantautore pugliese, per un attimo mi ha sfiorato l'idea che stesse cantando in russo, ma, alla fine, dopo il papapapaia dall'ottenebramento linguistico ne sono uscito con le giuste conclusioni, aria di Brasile, solo dopo ho scoperto fosse l'illustre Gilberto Gil. Un memorabile tributo al suono dell'artista, luce follia foschia africa sonno nausea fantasia.
Prima di suonare la seconda, la folla in estatico visibilio viene informata dei dati anagrafici della canzone appena suonata e poi di nuovo musica. Amara, Enzo Carella. Inconfondibile il suono d'apertura e l'attacco "sei sempre verde e mai d'autunno". Con Enzo Carella stavo per commuovermi, davanti a me Marco Castello che si lascia invadere da quell'ironica commedia della normalità che sono le canzoni del misconosciuto cantautore romano. Guardo in alto, la notte ci sta rubando l'estate, e intanto sul palco "Rubiamo il sonno a poco a poco / E i baci a chi baciò". Ogni tanto sento una voce femminile lontano dietro di me che sa tutta la canzone a memoria, e vorrei alla cieca coordinare i meccanismi astrali che possano farmi concretizzare con lei la seconda parte dei versi succitati. Poi però finisce, di nuovo la prosastica e stringata presentazione, sintomo di quella coscienza di essere solo e soltanto un musicista, ed è giusto così.
La terza cover, lo ammetto senza orgoglio, non la conoscevo. Orgoglio e dignità, Lucio Battisti. Un amore finito nel 1980 incontra il palco estivo del Magnolia e i tre sassofoni sanno ricondurci al presente e giustificare, quasi apprezzare, con quel sound estivo e trionfale il sentirsi come un sacco vuoto / Come un coso abbandonato di cui la canzone parla. Il brano si chiude con un assolo di musica in generale, e di nuovo la voce lontanamente nasale del lieve e marittimo signore della musica ci informa che il concerto è agli sgoccioli a cui segue il rituale urlo di mestizia del pubblico, ma come le cover e come tutto, alla fine finirà anche il concerto.
Per la prima volta sono un fan, ho pensato in fila per prendere la maglietta del merch in cui è abilmente rappresentata la madonna delle cosce e delle mutandine incaricata di proteggere i nostri sogni. Mi sono anche accontentato della M perchè la L era finita anche se addosso mi sta molto male.
Ma perchè sono fan di Marco Castello, un cantautore jazzpop (etichetta assolutamente impropria) siciliano che mette molto spesso i pantaloni corti e posta le storie in cui spentola chili di pasta ai sughi e al posto di uno due tre conta il tempo con one two e un ci, che con ogni probabilità è un tre in siciliano?
Non so cosa sia il fan, ma forse è la versione contemporanea (no, non dirò postmoderna) del suddito, però il suddito di un re che si può scegliere, quando fai quello shift per cui da distante estimatore ti senti in qualche modo rappresentato.
Forse sono un fan perché nella valle di lacrime che è l'indie italiano Marco Castello è l'unico che riesce a realizzare l'apologia della normalità che era anche dei mitici e sfigati cantanti italiani del passato.
Un fan nel senso che prima di dire non mi piace, se l'ha fatto lui ripenso alla mia posizione. Non un'aprioristica adesione, beninteso.
Potrei dire di essere fan dal momento che è un'adesione che non si limita a qualche canzone o addirittura a tutte le canzoni, ma proprio il senso di essere rappresentati dal suo modo, che è una cosa che capita raramente. Gli altri con cui questa cosa la sento sono morti, per lo meno. Comunica qualcosa, ma forse in realtà sto svarionando. Non lo so. Fanboy. Estimatore. Qualsiasi cosa sia, riprendendo un verso di Amara di Enzo Carella ("Io t'amo solo perché t'amo") ed espungendo quella componente che altrimenti potrebbe risultare eccessivamente adulatoria o sentimentale, per non dire anche lontanamente omoerotica (e per la quale, specifichiamo, non c'è nulla di male), in definitiva direi Mi piace solo perchè mi piace.