L'estate ti cambia

"Mens sana in corpore sano" (Giovenale, mi sembra)

Con i polverosi coriandoli che rimangono dopo la tronfia sfilata di agosto sulla grande strada dell'anno, il ritorno alla biblioteca universitaria è come la voluttà del vuoto, o (forse) il sollievo del silenzio.

Sole sorridente

Gremita ma deconcentrata perchè è settembre e in pochi prendono sul serio l'ingombrante peso dell'ignoranza, si riaprono i sacra limina del sapere, e io, perseguitato dalla capitalistica velleità di non sentirmi un perdigiorno, fingo di spremere le meningi su libri che rimangono fissi a pagina quaranta o simili.

L'aria settembrina quest'anno trasporta un velo di esotismo che si adagia sulla biblioteca, ispirandole una parvenza di caducità. E se il luogo mi sembra diverso, non vedendo riforme estetiche o architettoniche o interiordesignistiche di sorta, penso, è perchè sono cambiato io(!) Sarà che una mutazione sinaptica ha invertito la rotta delle mie interconnessioni cerebrali o le ha deviate di una certa misura inquietantemente sottile(?)

L'intenso scemare di un sospiro, le canne, le sagge parole di un vegliardo passante, un incontro, uno scontro, il viaggio, la solitudine, l'ozio, la condensa di sudore sulla schiena, cosa può aver suscitato il mio cambiamento? Nell'economia della mia mente mi accingo allora a riordinare le cose della mia vita dal giorno di luglio in cui ho abbandonato le biblioteche milanesi, o almeno tento di domare l'ingordigia del Tempo divoratore che mastica imperterrito i ricordi di poche settimane fa.

Ippocampo

Così riflettendo, mi spingo arrancando zoppo fin nel mio stesso ippocampo, spoglia alba arena dove abita, in gran parte atomizzato, tutto il mio passato, e davanti a me si palesa come bolo d'un pasto pantagruelico (che in questa stomachevole prosopopea sarebbe la mia vita), uno strano ammasso semi solido e masticato e smussato dai cronei premolari ruminanti: i ricordi più recenti. Allora, indefesso milite onanistico, sfido il bolo strano dal quale sporgono aguzze scaglie dei recenti momenti memorabili più resistenti, con una muleta da torero per ghermirlo, domarlo e incatenarlo sotto il mio giogo autopsicanalizzante. Mi accingo così da gladiatore ad una lotta impari, e dopo il saluto del morituro, attendo lo scontro con la fiera inorganica, che s'avvicina celere ed alata quale la Fama e s'avventa su di me, sconsiderato umano alla ricerca del mio tempo perduto, orbo negazionista dall'amarezza del nulla che popola l'immensità nascosta dietro alle nostre ingenue terga, e vengo in ogni dove avvolto dai suoi arti (possono tali mollicci lembi di morta materia esser chiamati arti?), e mi sento preso, prosciugato, annullato

e poi, di fronte a me, il buio.

Willem Dafoe

Mi risveglio di soprassalto su un taxi, con tre uomini, due di anni ventuno e di venti uno, riconosco la strada: aeroporto di Kutaisi. Allora capisco, tra fine luglio ed inizio agosto sono stato in Georgia per nove giorni, è lì che i ricordi mi hanno ricondotto, premurosi di farmi rincontrare i più papabili momenti di cambiamento del mio agosto. L'infausta bestia summentovata non faceva che aiutarmi nella ricerca, l'abito non fa il monaco. (Per chi non ne fosse a conoscenza, la Georgia è lo stato caucasico che sta sotto la Russia e ad ovest rispetto all'Azerbaigian). L'autista davanti a me sorseggia vodka da una bottiglia di vetro, sorpassa le macchine senza ritegno alcuno ed ha il naso di poco più grande di come lo ricordavo (quest'affermazione potrebbe forse risultare paradossale). Ho pensato che era un ottimo inizio di viaggio. In realtà la vodka l'ho vista solo nel primo taxi che abbiamo preso, non è abitudine dei tassisti. Peccato.

La superstrada che percorrevamo era una di quelle strade che si vedono nei paesi non del tutto occidentali che sono stati spietatamente invasi dalla globalizzazione, e quindi si arriva ad osservare appartamenti abbandonati che però rimangono fino alla fine dei tempi brandizzati Coca cola, dato che nessuno penserebbe mai di cancellarne i loghi. In realtà anche questa è una cosa che ho visto principalmente nella strada tra l'aeroporto di Kutaisi e il centro città, sarà che caratterizza la provincia?

Che bel momento, l'inizio di un viaggio, ancora tra compagni si parla ininterrottamente, non si prova la naturale repulsione reciproca, sintomo di overdose sociale, nascono i primi meme della vacanza, e ci si sente pieni.

Kutaisi potrebbe essere il concetto di stallo reso a città. Il temperamento mite e scostante dei georgiani aleggiava affaticato a mezz'aria nei 43 gradi o qualcosa di simile, e tutto quello che il luogo poteva offrire era la sensazione scomoda ma umanistica di vedere la Georgia autentica. Dopo poche ore di passeggiata, conoscevamo ogni via, sudavamo e avevamo già una vodka nel sacchetto di plastica. A questo punto, l'anima claudicante della comitiva ha preso il sopravvento e ha portato 4 giovani italiani ad arrancare di panchina in panchina, di aria condizionata in aria condizionata, senza fine o interesse, ma sempre con grande ilarità. Sarà questo sottile e disperato torpore vitale che ci aveva avvolti in quelle poche ore a fare da spartiacque tra il me pre augustano e il me post augustano? Probabilmente no, e ripenso anche all'acqua del Mar Nero, che per quale motivo pensavo fosse petrolio, e che invece era stranamente refrigerante, a Batumi, ai casinò, alle mogli islamiche che osservano il loro marito fare il bagno, agli impresari russi che sedevano imprecando dall'altro lato del tavolo da roulette. E non è qui lo spartiacque. Penso al tassista di Tbilisi innamorato a Milano di una russa, a cui forse sarebbe destinata a pennello la nota canzone dell'esecrato Memo Remigi. E penso anche che non siano stati i suoi consigli e il suo sorriso infelice a smuovermi.

Gatto strano

Mi rimane un momento ancora da ripensare, l'ultima notte, era tardi. La celebrazione di una conclusione può avvenire nel mio ragionamento soltanto portando al parossismo i modi nei quali si erano celebrati i singoli fine giornata della vacanza. Avevamo bevuto sempre, l'ultima sera beviamo di più. L'immagini qui prevedibilmente si scolorano, i ricordi vengono rapidamente tagliati, ma un momento, per cause esplicite ed immanenti rimane vivido: fissavo dalla magnifica veranda del cottage che ci ospitava per l'ultima notte nell'alto Caucaso, in fondo alla strada militare georgiana, dopo mezza bottiglia di vodka, fissavo la notte delle montagne, la potenzialità della notte, possiamo chiamarla così. Eravamo rimasti in due, sono le tre di notte, in lontananza l'acqua ferma, muta e silenziosa, della piscina in un secondo si fa udire. Faceva freddo, era notte, mi giro verso il sodale e la domanda "facciamo il bagno?" Non è servita neanche la risposta, ci siamo spogliati, corsi con i brividi fino alla piscina aperto il cancelletto, preso la rincorsa, un tuffo, e due cose, il freddo che tocca il midollo

e poi il buio.

Sillabari Parise

Mi sono ridestato da solo in un appartamento e stavo fumando una sigaretta e stavo studiando latino. Ad un certo punto ho smesso e mi sono sdraiato sul divano ed ho iniziato a leggere Sillabari di Goffredo Parise, senza un motivo valido per farlo. Era un periodo di inerzia intellettuale, studiavo quel che era da studiare e basta. Eppure quello sgarro, sdraiarmi e leggere un raccontino dei sillabari, è stato un momento folgorante. Sarà ivi il topico momento che ha comportato quello che mi ha portato a scrivere un pezzo intitolato l'estate ti cambia? Ricordo distintamente una frase:

"Un giorno un uomo molto ricco ma « per bene» che conosceva la vita anche grazia alla mondanità e alle cose futili e costose entrò nell'immensa casa di famiglia con l'intenzione di «far capire» alla moglie che non l'amava più pure amandola moltissimo".

Che drammatica lucidità nelle parole di Parise! I Sillabari fluivano ineluttabili sotto i miei occhi, dispensando dolorosi frammenti di realtà nel suo pacato ed elegante incedere. Ed io, ignorante, che non avevo mai sentito parlare di questo paroliere? La precisione chirurgica delle parole di Parise ha come ridestato il tizzone incenerito dei miei (sempre timidi) afflati intellettuali che andava spegnendosi per qualche ora, donandomi qualche momento di glorioso dialogo con la vita vera che esiste solo nella grande letteratura. È qui dunque la svolta? Ancora purtroppo, il contributo del mio inconscio mi ha portato in un momento topico, sì, vivido, amabile e intenso, ma non è quello che ha impercettibilmente deviato il flusso della mia logica. E così rivivevo quel momento, ora disilluso e quindi, mentre leggevo, un insolito torpore avvolse i miei sensi, e lo sforzo richiesto per la comprensione di ogni parola cresceva, le mie capacità cognitive scemavano, e dopo qualche frase riletta tre volte, immagini mentali che confondevano la realtà, il ricordo, il sogno e la finzione, mi sono addormentato,

e poi il buio.

Fumatore decadente

Ero di nuovo solo, ma era notte, sul mio balcone, corpo e mente intenti a scrollare i reels di Instagram. Per quale ragione ero capitato in uno degli interminabili momenti di nulla? Il dumbscrolling accovacciato e scomodo con mezza sigaretta spenta della tarda notte non può essere il momento di svolta che sto cercando! O forse non è così…

Dapprima i contenuti scorrevano variegati, inutili o no che fossero, nessuno riusciva a catturare la mia attenzione oltre i primi 10 secondi. Poi incappo nell'assurdo, in qualcosa che difficilmente avrei potuto autonomamente concepire: le backstories di Clash Royale. Dei reel in cui [qui è richiesta una minima conoscenza del gioco, non mi dilungherò in spiegazioni per incompetenti] i personaggi del gioco, che dagli insensibili possono essere visti come mere strisce di codice o formule matematiche graficamente impreziosite perchè anche i bambini possano apprezzarle, diventano eroi d'una nuova mitologia, di amore, sofferenze, violenza, emancipazione ed oppressione. Il mini pekka che cerca i Pancakes, il gran cavaliere che è un muratore di coc frustrato, gli stregoni, figli del re, che scoprono la loro origine e si commuovono. Sono rimasto ore, quella notte, a scrollare qui brevi video alienanti, che però intorno a me in quel tunnel buio in cui mi ero cacciato, vedevo le migliaia di altre persone che avevano messo like, parte della mia stessa civiltà digitale, emozionati dalle stesse animazioni, rappresentati da questa nuova postmoderna Iliade. Ecco cosa davvero ha invertito i miei pensieri, la possibilità di un'isola nella creazione di un'epica per tutti, ludica, finta, eppure così emozionante, profonda. Forse la stessa cosa avranno sentito ad Atene coloro che ascoltavano attenti gli aedi che riportavano la parole di un invisibile Omero, l'altissimo poeta, e sentivano le vibrazioni di un mondo che non c'era ma che guardandosi dentro l'anima, ispezionando meticolosamente gli anfratti dei loro miseri io, quel mondo pareva ripetersi ogni giorno per tutto il giorno in minuscolo, e forse anche io negli momenti di difficoltà nella mia vita, non sono che un mini pekka di fronte ad un'orda di scheletri.

Omero in estasi

Nel pieno di questa archimedica epifania, nel momento estatico della rivelazione, nel momento di lucidità in cui sembra in lontananza di sentire il sontuoso abito merlettato di Madama Verità che si affloscia per terra rivelando della fanciulla la nudità, il suolo ha iniziato a tremare intorno a me, tutto pareva scosso da qualcosa, e nessuna traccia dell'origine di tale ctonio tremore: un terremoto, lavori in corso, o forse un nuovo geyser che sta per emergere nella Brianza meridionale? Guardo in basso, vedo un'ombra che mi copre ingrandire intorno a me, e allora di scatto sollevo gli occhi ed è in quel momento che capisco: l'armatura atra come la morte (o come l'elisir nero), borchiata, e l'elmo da cui si intravedono gli occhi di chi non sa più quale sia il significato della vita ma, soprattutto, i martelli puntuti che coprono per intero le mani del Gran Cavaliere che sta precipitando, puntuale come il sole, su di me, ma solo per un attimo

e poi il buio

(ancora)

per alcuni secondi.

Gran Cavaliere Fuoco d'artificio

Puntini luminosi appaiono sulla distesa di nero notte, e poi una luna, tonda, quasi piena, che illumina le punte degli alberi che mi stanno davanti, e sento un canale scorrere davanti a me, tra le mani ho uno strano oggetto arrotolato dalla punta incandescente che emette del fumo dall'odore pastoso e amaro. Qualche secondo in cui tento di connettere dopo il viaggio mentale che ho appena concluso e di fronte a me in lontananza compare un botto furioso e una luce rossa a forma di stella a mille punte che si apre, brucia il cielo, e veloce si sgretola in scoppiettanti frammenti che franano verso terra. Poi di nuovo, stavolta blu, e poi ancora verde, e bianco. Fuochi d'artificio, nella tasca destra sento il peso del cellulare, lo estraggo e sullo schermo che mi corrode le pupille dilatate leggo: 15 agosto, 00:01.

NM