La musica come un odore, un impronta nella memoria, un immagine e tutte queste cose insieme: è una sensazione precisa che si ripeta intatta e uguale a sé stessa, contemporaneamente a determinate musiche. Forse per questo vagheggio la costruzione di una playlist ideale che sia anche colonna sonora di un “film (inesistente) della memoria,” la mia. Senza avere nemmeno bene chiaro che cosa possa essere questo “film della memoria” e, soprattutto, senza nemmeno sapere se sia possibile e se funzioni; funzioni come penso debba funzionare e cioè: sarebbe ottimale un treno o qualsiasi mezzo in movimento che ci trasporti ma senza una meta, solo movimento; qualsiasi cosa che permetta di ascoltare musica senza pubblicità, cuffie e ovviamente una playlist. Playlist? Forse visto il contesto vagheggiato prima colonna sonora sarebbe meglio. Rifacciamo quindi: qualsiasi cosa che permetta di ascoltare musica senza pubblicità, cuffie e, ovviamente, una colonna sonora. Questo però solo per quanto riguarda l’aspetto tecnico della questione, meccanico, insomma la scenografia. Il lato emotivo, o mnemonico ovviamente è più complesso e incontrollabile. Se si possa ordinare consapevolmente la propria memoria attraverso un sequenza di musiche, e suscitare attraverso la musica delle immagini, precise legandole insieme in una sequenza preordinata è domanda inutile e impossibile.


Considerate quanto scritto di seguito una specie di copione, una sceneggiatura, certamente non una risposta ma un lungo, unico, periodo ipotetico.

Un treno, piove. E’ sera quindi nella carrozza non c’è nessuno, strano, perché in treno c’è sempre qualcuno. Ho le cuffie e la mia colonna sonora. 

Little lion man, Mumford and sons. Dal primo album, “Sigh no More” prima che il gruppo virasse bruscamente verso tendenze più aspre e metalliche. Sono in macchina e sto andando al mare, caldo estivo ma non afoso, le strade dissestate della Sicilia rurale  e tutte curve della Sicilia rurale; sopratutto il frinire delle cicale. Si, prima del mare, non dopo, adesso non ho la stanchezza dell’acqua e negli occhi il sapore del sonno, si, prima del mare, perché aspetto con ansia il refrigerio dell’acqua e mentre guardo fuori con il naso appiccicato al finestrino, Winston Marshall, la voce dei Mumford and sons attacca con la sua voce semplice, di ruggine: 

“Weep for yourself, my man 

You'll never be what is in your heart 

Weep, little lion man 

You're not as brave as you were at the start…”


Stacco. Buio. Mentre il treno scivola sui binari sono sul mio letto, sempre le cuffie e questa volta è un tablet, forse di mia madre. La prima canzone rap che ho ascoltato, Emis Killa, Gue Pequeno, “Ognuno per sé” era questo il titolo. Fino a quel momento, avrò avuto una decina di anni, la mia conoscenza musicale si limitava al cantautorato italiano e al rock commerciale di Beatle, Rolling Stone, etc… (chiedo anticipatamente venia per la barbara e impropria definizione rock commerciale ma su una stima di cinque lettori spero che almeno tre (la maggioranza) siano disposti al perdono). La sto ascoltando su Youtube non su Spotify, quindi oltre alla musica anche il video ed ho avuto probabilmente lo stesso shock di una diciassettenne al suo primo concerto di Elvis. L’effetto nel mio caso però ovattato dal digitale. 

Dissolvenza.


Questa volta mentre sono sul treno sono su un treno anche mentre la musica è riprodotta nelle cuffie. Forse avevo semplicemente gli occhi chiusi o forse o forse ero in quello stato di dormiveglia in cui le immagini si consumano in una sostanza verso la trasparenza e quel poco che ricordo è un senso di sollievo assoluto, una leggerezza così consolante che mi fa sperare nell’immobilità assoluta del momento. Dopo devo essermi addormentato perché il treno era quasi arrivato alla mia fermata. Ah la canzone è Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. Anche il paradiso è banale. F.S.