

Eri sul treno, solo. Tornavi a casa, deluso dalle prime esperienze amorose, quelle che sembravano così importanti. Il sound retrò evocava le atmosfere dei vecchi film che tanto amavi, mentre le melodie moderne si intrecciavano a quell’estetica con un equilibrio inspiegabilmente familiare. Così, in un attimo, ti proiettasti dentro le parole di Bianconi: ogni frase divenne tua, superbamente tua. Ti sentisti diverso, cresciuto, perché:
Ero più bello quando
stavi con me
Ero più giovane.
E così, dopo ben centomilacinquecentoventicinque anni, riscopristi La moda del lento.
Cin cin. La donna che sedeva a te di fronte sul treno si chiamava, per te quantomeno, Marta. L’espressione corrucciata di un’età indecifrabile rivelava, nell’atto di lettura, un’esperienza lontana, un amore perduto, forse proprio a Rio de Janeiro, come la canzone ti suggeriva. Un amante lontano, che col Brasile doveva per forza averci avuto a che fare, perduto dopo tante promesse d’eternità, svanite negli scrosci atlantici delle onde.
Noi, io e te
Un futuro non c’è…
Si dice che la speranza sia l’ultima a morire, ma con Marta non ne eri così sicuro. Doveva averla smarrita da tempo, non solo nella possibilità di un amore grande, capace di attraversare l’Atlantico, ma in quella di una vita semplicemente felice. Il Brasile irraggiungibile seppelliva ogni altro istinto umano. Ma qualcosa, in un tempo lontano (o magari futuro), doveva essersi acceso (o si sarebbe acceso) nell’animo di quella donna che ora riponeva il libro e si preparava a scendere. Ne eri sicuro, e Cin cin verso quella direzione trasportava le tue bizzarre fantasticherie: un ultimo brindisi, un ultimo afflato di consolazione, versi tardivi, senza forza, al non vivere:
Io e te, del futuro che c’è
In questi occhi che hai
Nel coraggio che ancora non ho
Ma sento dentro che un amore
Lo invento
Arriva lo ye-ye. Un uomo entrò nel vagone. Ti colpì subito. Naso vagamente aquilino, occhiali da sole indossati con la disinvoltura di chi è abituato a notti insonni e sigarette condivise su terrazze sconosciute. Doveva chiamarsi Marcello, su questo non avevi dubbi. Stanco, affaticato dal libertinaggio notturno, sembrava portare addosso la patina opaca di una città sospesa tra il languore estivo e l’effervescenza urbana. All’epoca non avevi idea di che cosa fosse lo ye-ye e lo collegavi erroneamente alla cocaina, che “yayo” veniva chiamata nel film Scarface. Le tue fantasticherie si limitarono allora ad immaginare una giovane donna scandinava, proprio di Copenaghen o di Stoccolma, o di chissà quale città dove si crepa di freddo che, affascinata dalla sigaretta di Marcello, gli si avvicinava per dirgli, con accento esotico e occhi curiosi:
Portami fuori a cena,
Baustelle
Fammi vedere il centro
La tua pelle odora d'oleandro
Scortami gentilmente
In una discoteca sulle stelle
La notte proseguiva tra balli sfrenati e sguardi rubati. Ma Marcello si perse nella rivelazione della propria solitudine, del vuoto che si estende in una vita che si ripete sempre uguale: stesse nottate, stesse bizzarre persone, stesse ragazze, stessi locali, stessi alcolici. L’unica variante, a questo giro, era la svedese. Non perché avesse qualcosa di speciale, ma solo perché parlava in una lingua che lui non capiva.
Ballano
Le svedesi portano
Minigonne pallide
Sono come me
Dondola
La mia vita solita
E allora la realizzazione d’essere solo un pessimo attore, una macchietta caricaturale in un teatro pressoché vuoto. E la domanda che forse lo ha spinto a prendere questo treno si impose come un ritornello memorabile.
Questo film ridicolo
Quando finirà?
Love Affair. Ma l’attenzione dal triste Marcello si era già spostata su una giovane coppia di innamorati. Giovani, all’incirca della tua età. Pietro e Agnese i loro nomi, senza dubbio. Il gesto di lei che carezzava con una certa tenerezza i capelli di lui rivelava una maturità precoce, che non s’addiceva per niente a quei due ragazzetti. La canzone suggeriva che quell’aspetto di grandi l’avevano ottenuto da poco, che avevano scoperto insieme quei piaceri fino a qualche tempo prima apparentemente riservati solo agli adulti. Così quegli atti d’amore che parevano sfiorare la soglia del reato, erano ormai divenuti una piacevole consuetudine.
Ti ricordi noi il giorno
in cui
Dicesti che siamo ragazzi, siamo ragazzi
Per quello che vuoi è troppo presto
Cresciuti in un giorno, però, Pietro e Agnese erano ancora dei bambini in corpi di adulti. E per loro che percorrevano ora quel sentiero liminare che porta alla maggior ‘età, pur vivendo insieme da tempo immemore (si erano conosciuti, credo, già al tempo delle scuole medie, quando già si definivano “fidanzatini”), questa novità aveva sconvolto totalmente quello che era il loro rapporto. È come se, inaspettatamente, si fossero conosciuti una seconda volta, ma, al posto dell’Agnese ingenuamente solare, Pietro avesse trovato una donna boriosamente presuntuosa. Colei che per gli anni della crescita era stata il volto più noto, la più gradevole presenza, si riduceva ora, mentre gli carezzava i capelli, a una sconosciuta, a una ragazza come le altre. E per questo l’unico suo pensiero era una domanda disperata, che, come quel gesto di Agnese, annunciava una consapevolezza ormai adulta:
Where are you now?
Where are you now?
Where are you now?
Where are you now?

Mademoiselle Boyfriend. Un amore maturo, il suo. Susanna occupava adesso il posto lasciato vuoto dalla malinconia di Marta, e con lei il bagliore smorzato di quegli occhi che sapevano di gioventù appassita. Ipnotico lo sguardo, certo, ma ancor più l’enorme valigia che stringeva a sé con la tenacia di una madre apprensiva. I capelli corvini, scomposti con metodo, aggiungevano un’aria di studiata trascuratezza. E c’era un che di inevitabile, quasi ovvio, nel comprendere chi fosse davvero: Mademoiselle Boyfriend in persona. Non come Pietro e Agnese, che si amavano con il fervore impacciato delle prime volte, nel timore e nello stupore della scoperta. No, lei rincorreva l’estasi, il piacere convulso, l’orgasmo come una missione.
Happy
Dei miei ricordi
Mademoiselle Boyfriend
Fammi venire
Ma l’estasi era conseguita con la consapevolezza della transitorietà di quegli attimi di piacere. Ora lasciava l’Italia, alla ricerca di un frammento di felicidade tra l’esotismo di terre lontane, ben consapevole che ovunque sarebbe ricaduta nella stessa fascinazione orgasmica, nello stesso ritmo sensuale di samba che già immaginava più seducente altrove. La destinazione restava un mistero, ma con quell’aria che aveva da sacra cocotte, la Francia sembrava inevitabile. E tutta la sua apprensione per il nuovo inizio si rivelava nell’attenzione maniacale per quella grossa valigia, scrigno di tutto il necessario per l’ennesima caccia alle attenzioni. E proprio mentre cercavi di intuire quale città l’aspettasse, Susanna si lasciò inghiottire nel vortice dei sogni.
Rèclame. Ecco che apparve Corrado, un uomo piuttosto anziano, sebbene gli anni trascorsi apparivano con lui piuttosto clementi, concedendogli un aspetto che ancora riecheggiava il suo fascino giovanile. Le dita ingiallite stringevano la sigaretta, pronta ad essere accesa quando tra poco s’appresterà a scendere, con la devozione di chi afferra un ricordo, un’illusione, una promessa sussurrata in un vicolo all’alba. Il primo tiro era sempre un rito, un’anticipazione lenta, il brivido dell’attesa. L’accendino scattava con la precisione di un bacio rubato, la fiamma ardeva per un istante e già si consumava, come tutto il resto.
Una Muratti, una Pall Mall
Una cartina, una Gitanes
La lingua sulla cenere
L'amore mio s'arrotola e non finisce più
L’aria si riempiva di fumo e di nostalgia. Ogni boccata era un amplesso, ogni pausa tra un tiro e l’altro il languore del dopo. Se chiudeva gli occhi, il tabacco sapeva di pelle calda, di labbra sfiorate per sbaglio e poi cercate ancora, ancora e ancora. Le notti passavano così, tra sigarette consumate a metà e pensieri che non arrivavano mai a destinazione. Il posacenere traboccava di finali sospesi, di dialoghi mai finiti. Ma poco importava. C’era sempre un’altra sigaretta da accendere, un’altra fiamma da far nascere, un altro bacio da immaginare. Così doveva trascorrere le giornate questo accanito tabagista sognatore.
In ogni morte trovo che
Un po' d'estate in fondo c'è
In ogni morte trovo che
Un po' d'estate in fondo c'è
In ogni morte
Arrivederci. Il vagone scorreva, indifferente al suo stesso movimento. Il paesaggio fuori, un susseguirsi di campi e fabbriche, case isolate, capannoni dimenticati, tornava identico dopo ogni curva, come se il treno, invece di avanzare, ripetesse all’infinito la stessa porzione di mondo. I sedili blu, la plastica consumata dei braccioli, il riflesso opaco dei finestrini: ogni dettaglio registrato, eppure privo di reale importanza. Nel vagone, Susanna aveva abbandonato la testa contro il vetro. Il finestrino vibrava leggermente al ritmo delle traversine, e quel tremolio sembrava trasmettersi fino alle sue palpebre socchiuse. Pietro e Agnese erano ancora lì, seduti uno di fronte all’altra. Lui tamburellava le dita sul tavolino reclinabile, lei aveva la bocca leggermente increspata, come in attesa di qualcosa che non sarebbe arrivato. Gli altri protagonisti delle tue fantasticherie dovevano essere già scesi. Il treno proseguiva, costante, imperturbabile. Nessuno dei passeggeri sapeva davvero dove stesse andando. Eppure, arrivati a destinazione, sarebbero scesi tutti, come se quel viaggio fosse stato necessario, come se fosse stato reale.
E
poi
La moda passerà
Cognac
E posacenere
Voilà
Un'altra libertà
Arrivederci
Addio per sempre
Mi spogliavo
Ti spogliavi
Era poco più di niente
E poi…
