

Da casa mia alla scuola elementare ci vogliono circa 5 minuti in macchina, contando il traffico della mattina alle 8 in cui tutti cercano disperatamente di andare da qualche parte si arriva in 8/9 minuti. Questo è il tempo perfetto per ascoltare le notizie del traffico di isoradio
o la rassegna stampa del mattino o due canzoni dello zecchino d’oro, ma io alla veneranda età di 8 anni volevo ascoltare solo ed esclusivamente una cosa: l’ultimo movimento della sinfonia N° 41, Jupiter, di Wolfgang Amadeus Mozart, che di minuti ne dura più o meno 6. Immaginatevi la scena, io con il grembiule bianco, in mano una brioche kinder colazione al malto (non le fanno più grandissimo peccato) che aprivo facendo scoppiare la plastica, mio papà a fianco che guida una volkswagen passat grigio-marrone, entrambi in ritardo ed entrambi che urliamo “senti come sudano!!!!!” quando partono gli ultimi 3 minuti dell’ultimo movimento della Jupiter. Era questo il motivo per cui volevo sentirla in continuazione, provavo un’empatia incredibile mista a tanta curiosità per lo sforzo fisico che credevo facessero i musicisti nel suonarla, un crescendo così controllato ma emozionante, così perfetto ma scompigliato che esplode in una grandiosità surreale per una bambina di terza elementare. Davanti a questo spettacolo, a questa musica su cui molti hanno studiato, su cui sono stati scritti libri di critica della musica e di cui si è analizzata ogni singola nota a me colpiva principalmente quanto questi musicisti stessero sudando dentro i loro vestiti eleganti, bianchi e neri perfettamente stirati che alla fine del concerto, sempre secondo la mia immaginazione, uscivano distrutti, madidi per aver dato vita alla composizione più bella del mondo.
Quindi, io salivo in macchina, toglievo un disco jazz birubiru (termine tecnico da me coniato per indicare un’improvvisazione di jazz molto arzigogolata, incasinata, insomma una roba difficile da ascoltare) che mio padre aveva presumibilmente ascoltato la sera prima (mica di solo Mozart è fatta la musica), mettevo il CD della sinfonia N°41, registrazione della Berliner Philharmoniker del 1976 diretta da Herbert Von Karajan (anche lui di Salisburgo come Mozart, Classic voice lo classifica come terzo miglior direttore d’orchestra nella storia della musica dopo il simpaticissimo Carlos Kleiber e Leonard Bernstein. Fu anche eletto “direttore a vita” dei Berliner Philarmoniker.), andavo alla fine del terzo movimento e quando partivano le prime note del quarto, il molto allegro, iniziavo a sognare questo concerto incredibile a cui avrei voluto assolutamente assistere, mi immaginavo ogni musicista, ogni melodia che mi riempiva di serenità prima, trepidazione nel mezzo e adrenalina poi.
L’epicità di questa registrazione secondo me non si trova in molte altre: tantissimi musicisti, tra i migliori musicisti del mondo, diretti da uno dei direttori d’orchestra più grandi della storia, che suonano la migliore musica del mondo. Un paio di anni fa l’ho sentita per la prima volta dal vivo ai pomeriggi musicali del teatro Dal Verme a Milano per il mio compleanno ma non erano in tanti, erano bravi sicuramente ma non mi hanno sconvolto (colpa mia, forse avevo aspettative troppo alte).
Questa sinfonia, questi quattro movimenti: allegro vivace, andante, minuetto e molto allegro sono stati composti da Mozart l’estate del 1788 più precisamente il 10 agosto, tre anni prima di morire, un periodo terribile per lui personalmente ma incredibile musicalmente. Gli era appena morta una figlia di sei mesi, aveva grandissimi problemi di alcolismo da cui erano derivati grandissimi problemi economici che lo costrinsero a spostarsi dal centro alla periferia di Vienna, la sua musica non veniva compresa o ascoltata né a Salisburgo, sua città natale, né a Vienna e quindi altri problemi economici. In questo periodo tristissimo, però, ha composto tre sinfonie di inspiegabile bellezza e molto diverse tra loro: n°39, 40 e 41, queste sono state tra le ultime melodie che Wolfgang ha scritto prima di morire ed essere sepolto nella fossa comune (pensa te). Se vengono considerate unitariamente queste tre opere riproducono una successione di stati d’animo meravigliosamente espressa: vigorosa energia nella prima, massima intensità emotiva nella seconda e vittoriosa affermazione di vita nella terza.
In mezzo al tormento lui riuscì a comporre questa sinfonia in DO maggiore, la tonalità più semplice ma anche più grandiosa che venne definita “apoteosi della forma sonata”, ed è proprio questo che mi affascina, la sua capacità di creare un dialogo, quasi un gioco tra gli strumenti in cui l’orchestra assume una pienezza e un grandissimo equilibrio tra parti più sottili e leggere contrapposte ad altre impetuose e gloriose. Ascoltandola ho la percezione che Mozart con queste note volesse tendere ad una maestà solare, sfidare il divino, il padre degli dei (Giove appunto) creando una musica di grandezza olimpica. Il nome “Jupiter” venne assegnato alla sinfonia successivamente alla morte di Mozart dall’impresario di concerti Johann Peter Salomon; questo accostamento pertiene perfettamente al simbolo di serenità superiore che pervade tutti, o me sicuramente, nell’ascolto.
Se la si ascolta tutta si nota come vengano ripetute delle strutture melodiche simili che vanno a costituire l’intera composizione. Il primo movimento, per esempio, presenta immediatamente e senza introduzione (caratteristica assolutamente innovativa per l’epoca) il senso dell’intera sonata: si apre con due battute molto energiche e solenni che ho scoperto essere definite “principio maschile”, seguite poi da due battute più tenere e cantabili, quindi “principio femminile” (non mi soffermerò sulle definizioni patriarcali che sono state assegnate dai critici musicali). Queste quattro battute danno il via al primo tema molto accogliente che poi viene elaborato e dilatato in una lunga transizione e separato, con una pausa teatrale di circa 10 secondi, dal secondo tema che invece porta ad un tono pensoso e inquietante, infine, nella coda, viene presentato il terzo più leggero ed ironico. Già dal primo movimento, quindi, si va a comprendere l’architettura dell’intera sinfonia: struttura tripartita con forte contrasto psicologico e l’idea generatrice suddivisa in due celle, che abbiamo imparato essere quella maschile e femminile.
Il secondo movimento è un andante cantabile in cui l’accento è posto sull’imitazione della musica vocale e presenta lo stesso ordine: la prima idea musicale è esposta piano con gli archi e ripresa dall’orchestra, il secondo tema, allo stesso modo, è introdotto dai violini e completato da tutta l’orchestra con un ritornello, infine, nel completare la terza idea tematica, l’orchestra si unisce al primo violino e ne raddoppia la melodia. E così si compone anche il terzo movimento, un minuetto in cui Mozart riprende l’atmosfera del movimento iniziale. Ѐ stato scritto che l’atteggiamento del compositore qui è “etiolé”, un’espressione francese che indica i germogli della vite che subiscono un'improvvisa gelata, un atteggiamento di contemplazione ferma e candida della bellezza senza impeto o tensione espressionistica che, invece, va a rivelarsi completamente nell’ultimo movimento, il quarto. Qui Mozart utilizza magistralmente la tecnica del contrappunto e fonde figure musicali di due epoche diverse: la fuga tipica del barocco, qui scomposta in cinque parti, che viene combinata ad una melodia più semplice ripresa dalla sonata, tipica del romanticismo. Ѐ incredibile, sembra di sentir parlare diverse voci, diversi soggetti che si vanno ad unire, scontrare e ancora unire in una tecnica di voce e controvoce, nota e contronota che fa nascere una sonorità orchestrale piena di tensione emotiva che sicuramente accendeva l’immaginazione della me ottenne e che ora, nonostante l’abbia ascoltata una discreta quantità di volte, ancora mi conquista. “Il finale presenta una purezza e una forza che si innalzano al di sopra dei valori terreni in un supremo alone di luce, di gioia di essere e di costringere la materia entro i limiti di una forma nobilissima” , questa non è mia ma di Giorgio Pestelli, musicologo che parla della Jupiter ne “Gli immortali”. Nella composizione originale ci sono un flauto, due oboi, due fagotti, due corni, due trombe, timpani e archi che dialogano tra loro, si combinano in modo estremamente dinamico come se le forme musicali potessero cambiare, evolvere e incastrarsi in un'incessante catena di frasi in cui Mozart mostra tutta la grandiosa potenza del suo sinfonismo in un ultimo slancio di liberazione.
Questi quattro movimenti terminano con un lieto fine, come la migliore delle favole, forse Wolfgang voleva farci credere che anche le ombre o i momenti coperti di malinconia concorrono a “dare più verità a quel momento olimpico” e a “scaturire un’unità superiore e perfetta”. Proprio Mozart in una lettera al padre Leopold (grandissimo violinista) scriveva “le passioni non devono mai essere espresse in modo tale da suscitare disgusto e la musica anche nelle situazioni più terribili non deve mai offendere l’orecchio, non deve mai cessare di essere musica”.
La sinfonia Jupiter o n° 41 o K551 è giunta al termine, la storia si è conclusa con il più splendido dei finali, con la più trionfale delle vittorie e io, ormai, sono arrivata a scuola. Chissà come sono sudati i musicisti…
M.P.