

Oggi se Lucio Dalla fosse ancora vivo compirebbe 82 anni, e per il compleanno di Lucio Dalla, io (NM), ho deciso di scrivere qualcosa di un po’ ibrido che parla di una volta che ho sentito Com’è profondo il mare tutto di fila quando ero al liceo. Forse me lo sono inventato, ma non penso sia importante.
Mi sveglio con venti minuti di tempo per essere alla fermata dell’autobus per prendere l’autobus. Avendo affinato le tecniche di risveglio e preparazione in quattro anni di liceo, gli automatismi concedono spazio alla coscienza di fare capolino ed elaborare estemporanei pensieri mentre lavo denti, bevo caffè, indosso vestiti. In tredici minuti sono fuori, che freddo, Spotify, primo album della home, non ci interessano release radar e daily mix create dall’algoritmo per somministrarti quello che vuole il mercato (#rivoluzione).
Com’è profondo il mare, un’affermazione, guardo in alto com’è alto il cielo,
Siamo noi, siamo in tanti, noi stranamente no, il pullman è mezzo vuoto, chissà perché.
Ci nascondiamo di notte, e poi torniamo al mondo di fuori con gli occhi incrostati e la domanda avrò messo dentro il libro di inglese.
Per paura degli automobilisti, dei linotipisti
(1) Chi sono i linotipisti?
Una domanda per la prima canzone del disco, lentissima poesia che ondeggia tra ritornelli e lo strumming acustico cantilenante. La canzone non è una storia ma un compendio lungo cinque minuti e ventuno di immagini filtrate dalla vista subacquea e deformata dei pesci, dai quali discendiamo tutti, che assistono al dramma collettivo… Nelle immagini per angoli e riflessi si profilano figure del mondo ingigantite o rimpicciolite, ma anche stralci di dialoghi e momenti in cui l’uomo diventò qualcuno. Canzone e album estremamente politico, così poeticamente politico da interrogare tutti i linotipisti di questo mondo che con il loro pessimismo stanno bruciando il mare, Così stanno uccidendo il mare, Così stanno umiliando il mare, Così stanno piegando il mare. Ma che poi io sono un linotipista?
E i pesci pensano muti che il mondo è cattivo e tornano nel loro grande mare. Ma chi sono i pesci?
I pesci che tra i 15 e i 18 anni intorno a me oggi sono molti meno, o forse è il rintronamento antelucano che mi porta ad un pensiero del genere.
Voglio un chilo di pane, e un fiasco di vino. Mi sembra esagerato, a quest’ora il vino. Anche gli zaini sono sempre gli stessi. Una mosca o forse un uccello distrae la mia attenzione schiacciata contro il vetro dell’autobus.
Quanto costa una mela? Costa un sacco di botte. Faccio anche a meno di una mela, soprattutto adesso che fa caldo, vorrei togliermi il giubbotto che se no arrivo sudato a scuola.
A guardare quella stella là
che era una stella senza luce,
Era quella del brodo Star. C’è una stella nel logo del brodo Star? Stelle senza luce in alto sulle insegne, in basso c’è quella delle Converse proprio ai piedi dell’ignoto individuo di fronte a me. Un uomo di 15 anni mi guarda con una puberale idea di barba.
Poi c’è gente che viene dal Veneto
Per vedere il cantante Patrizio
E il suo pornocomizio
(2) I nostri pornocomizi
Ci siamo dimenticati dei treni a vela. Forse non ci capiterà mai di prendere un bastone e cominciare a volare, sarà privilegio della miseria illudersi o sarà forse che nel cielo ormai vediamo il buio nei 20 secondi dopo lo Gnac.
Non Si vede (più) una stella tanto bella e violenta
Che si dovrebbe vergognare.
(3) C’è guerra nei viali del centro
E non troviamo un cucciolo Alfredo che se la sua è cattiveria, io la prendo per mano. La terza canzone del disco è di cronaca bolognese [l’11 marzo 1977 scoppia una vera e propria guerriglia, durante la quale un proiettile della polizia uccide lo studente universitario Francesco Lorusso, attivista di Lotta Continua] e Dalla si inventa un sorriso per vivere con il cucciolo Alfredo, giovane studentello attivista, la violenta ingenuità di una folla di idealisti. Memorabile rimane: la musica andina, che noia mortale. Non ho mai ascoltato la musica andina e nel dubbio non ci provo neanche.
Poi, mentre il pullman si ferma sui soliti marciapiedi un po’ vuoti, il mormorio iniziale della quarta canzone esplode.
(4) Gli occhi erano due sputi
[...] Scendeva di corsa le scale
Le scale della metropolitana
In mano c’aveva del tonno
Un salame e una banana.
Il criminale della metropolitana di Corso Buenos Aires, quarta canzone, mi sono sempre chiesto che non fosse l’uomo di Treno a Vela (seconda canzone). Trasfigurazione comico-onirica di un furtarello in metro, gira intorno a questo misterioso individuo attraverso le voci di testimoni che descrivono un mostro, un assassino, un molestatore, non si capisce, un ritratto confuso e collettivo sul pianoforte insistente. Poi la strage causata dal furore sacro della volante dei pulismani (slang bolognese, poliziotti), i turisti tornano a Barletta, e rimane la domanda Ma allora chi è, il grido della gente, diventa il coretto finale con cui si chiude questa perfetta satira che che improvvisamente lascia spazio a…
(5) Disperato erotico stomp
Non posso usare un altro verso della canzone se il titolo è forse il più bel titolo della canzone italiana che io conosca.
Anche questa lunga, 5 minuti e 45, il racconto di come un uomo arriva a masturbarsi dopo aver osservato una stella. Se dovessi scrivere una canzone la vorrei scrivere così. Dalla stesso dichiara che è una canzone autobiografica, il racconto delle vicende dopo che quella che hanno visto spogliata a una fontana che non ero io, ex-fidanzata di Dalla, lo ha lasciato per un’altra donna e il cantante ha vissuto una strana serata con una prostituta di sinistra e un uomo di Berlino. Poi il silenzio di una stella gli ingrossava la cappella.
Un testo penso incommentabile che ascriverei senza troppe forzature al genere della poesia epico-cavalleresca.
Oggi arrivo a destinazione prima del previsto, scendo qualche fermata prima con il progetto di lasciare spazio alle ultime tre canzoni mentre cammino.
La seconda parte del disco si sveste del filtro comico e allucinato che aveva ridimensionato il dramma pubblico di quasi tutte le tracce precedenti, e lascia il posto a quello che rimane in fondo alla tazzina di caffè che mi hanno servito al Ciao Bar, mitologica nostra istituzione del prescuola, nonchè luogo che avrebbe ispirato un altro disperato erotico stomp forse, o forse no. Aspetto che arrivi il momento di muoversi, seduto al tavolino davanti ad una televisione sopra le slot machine. E intanto la canzone forse la più bella.
Rimane il fondo caffè, dicevo, quel grumo di polvere nera bagnata, pessimista, lirica, malinconica, privata, sommessa, schiva.
(6) Quale allegria
Cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino
Di essere un bambino
Con un sorriso ospitale ridere, cantare, far casino
Insomma far finta che sia sempre un carnevale
Sempre un carnevale.
Ogni tanto qualcuno smaschera qualcosa, e a volte è un problema.
Un problema personale, una cosa che quando ci pensi imbarazza.
Come quando compri qualcosa alle macchinette e per prenderla ti pieghi in modo scoordinato, ti giri e c’è qualcuno che ti sta guardando.
O come quando smetti di ballare e c’è quel momento in cui non stai né ballando né sei fermo, e sembra che ti guardano tutti, un momento di goffaggine.
Quando non sorridi più ma stai ancora sorridendo.
La goffaggine subentra se qualcuno ti smaschera.
Quale allegria condanna alla goffaggine, ogni volta che ripenso a questa canzone mi sento un po’ goffo (parola imbarazzante solo a scriverla) qualcuno ti dice che fai finta che sia sempre un carnevale ed effettivamente non fai altro che ridere, cantare e far casino. Quel bizzarro carnevale che è meglio non ricordarsi di star vivendo.
Meglio non ascoltarla proprio? È meglio cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino, o forse non è così.
In ogni caso, menomale che è finita, sono seduto su una panchina che calcolo se riuscirò a finire in tempo prima delle 8:20 quando il ritardo diventa Lungo (non Breve), e bisogna portare la giustificazione. Mi riscuote dai calcoli il giro di piano di E non andar più via, e inizia la strofa.
I primi 7 versi di questa canzone ce li ho stampati in testa, e in realtà non saprei spiegarmi realmente il motivo. Non so nemmeno se abbiano un significato preciso, non penso, ma evocano immagini estremamente vivide. Però quante volte potrei che le labbra le ho lasciate tutt’e due su un’altra bocca, per parlare di una certa persona, quante volte mi hanno portato via gli occhi degli strani passanti (o delle passanti), Quante mani perse in un vicolo, e forse era anche aprile. Un modo locale, circoscritto di ingabbiare porzioni di vita.
(7) Ho lasciato i pantaloni in un cortile
Ho perso anche una mano in un vicolo
Era un pomeriggio di aprile
Gli occhi me li ha portati via una
Donna grassa a forza di guardarla
Le labbra le ho lasciate tutte
E due su un'altra bocca o su una fontana
Poi la canzone va avanti, si ingrandisce, si gonfia, ed arriva ad aspirare ad un mondo nuovo. Sorvolo sempre sul senso politico del pugno chiuso, e poi si arriva a chiedere un mondo Dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora, Trovare le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre (PPP) sarà la lezione per evitare di sentirsi goffi con se stessi, un modo per evitare il sempre carnevale e ritrovare le labbra, i pantaloni, la mano, gli occhi.
(8) Su due mani e un pensiero
Mancano pochi minuti, giusti per essere traghettati dal veliero fino alla ambita destinazione. Con l’ultima canzone si torna sul mare, però in superficie, un marinaio, o un pescatore, un Ulisse senza trono, torna e non trova più nulla. Il piatto vuoto, la moglie secca e il cane che non lo aspetta.
Io trovo il portone della scuola chiuso.
È un giorno diverso dagli altri
Poi una notte diversa delle altre
È festa, e non lo sapevo
una notte davvero mette a posto tutto
Allora mi giro e torno indietro
anche il veliero che ricomincia a navigare
Cercherò qualcosa da fare
cercherò un piatto caldo qualcosa da mangiare
Qualcosa come la scuola si può trovare
un'altra donna si può sempre trovare
Mentre salgo sul pullman
mentre scendo dalla nave
Col caffè non mi riaddormento più
il cane si è svegliato
Mi siedo sul pullman e cerco altra musica
mi viene incontro e ricomincia ad abbaiare
da bu da da da
da bu da da da
PS. In corsivo le parole di Dalla, le mie non sono in corsivo.
