Pier Paolo Pasolini in difesa del patriarcato

1. Ah, Pier Paolo, un Intellettuale così fine!!

La notte tra l'1 e il 2 novembre 2025 - appena otto giorni fa - è ricorso il cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), ma per gli amici, semplicemente Pier Paolo.

E a giudicare dal modo in cui lo si ricorda, sembrerebbe che suoi amici lo siano stati tutti.

Attorno alla sua figura è un vociare unico di:
«Ah, Pier Paolo, un intellettuale così fine!»
«Ah, Pier Paolo, aveva previsto tutto!»
«Ah, Pier Paolo, fondamentale per lo sviluppo di una coscienza critica italiana!»
«Ah, Pier Paolo, che persona dolce e acuta allo stesso tempo!»

Mi chiedo allora perché non gli erigiamo una statua equestre, così da avere finalmente un luogo preciso di culto: un punto di riferimento per velleità tanto fanatiche quanto capitalistiche. Del resto, come tutti sanno, queste due cose vanno spesso molto d'accordo.

Chissà se il caro Pier Paolo aveva previsto anche questo? Forse no. Ma con la sua morte, cioè con il morire nel modo in cui è morto, qualcosa aveva certamente previsto, anche se involontariamente.

Pasolini

2. Morte e profezia; passione e ideologia

In questo senso, la vera profezia si trova già nella data della sua scomparsa.

Per chi non lo sapesse, tra l'1 e il 2 novembre si incrociano due festività molto diverse (o forse no): l'1 novembre, è il giorno di Ognissanti, dedicato a tutti i santi, noti e ignoti; e il 2 novembre, la Commemorazione dei defunti.

Ecco allora che questa singolare coincidenza riassume perfettamente il destino postumo di Pasolini. Morto nel giorno di tutti i santi, lo stiamo trasformando - forse per un inconscio desiderio di simmetria - proprio in questo: in un santo, uno dei tanti martiri civili.

Siamo ancora al primo novembre, nel regno della santificazione. Ma basta un soffio perché si scivoli nel giorno successivo, quello dei morti: basta un nulla perché dalla santificazione si passi alla mummificazione. Il confine è sottile.

Così Pasolini, morendo nel giorno dei morti, aveva forse previsto anche la propria seconda morte: quella spirituale, nel presente dei vivi. Una morte lenta, mediata dalla santificazione e dalla mummificazione, processi che oggi si stanno puntualmente compiendo.

Non che ci sia nulla di straordinario in questi processi di santificazione e mummificazione. Ma - come dirò tra poco - brucia particolarmente che proprio Pasolini, lui che ha smascherato così carnalmente queste dinamiche di potere, sia ora vittima degli stessi meccanismi di celebrazione e capitalizzazione sentimentale. Uccidere Pasolini di nuovo con le celebrazioni postume è un po' come soffocare un pesce nell'acqua.

Pasolini

3. Pino Pelosi, melodramma all'italiana

E poi c'è un altro dettaglio "profetico" legato alla sua morte. Pasolini è stato ammazzato (forse) da un ragazzo che avrebbe potuto essere suo figlio. E questo non è (forse) un caso.

Le circostanze di questa morte ancora oggi restano in parte misteriose. Il suo corpo fu ritrovato all'alba, sull'idroscalo di Ostia, una zona periferica e desolata vicino al mare di Roma. Era stato brutalmente ucciso: il volto sfigurato, il corpo martoriato, travolto dalla sua stessa auto - un'Alfa Romeo GT 2000 - dopo un pestaggio violentissimo.

L'unico imputato fu Giuseppe "Pino" Pelosi, un ragazzo di 17 anni che confessò l'omicidio, sostenendo di aver reagito ad un tentativo di violenza sessuale. Ma anni dopo, ormai adulto, Pelosi ritrattò: disse che non era stato il solo, e che tre uomini "dall'accento meridionale" avevano partecipato al massacro, forse per motivi politici.

Da allora le teorie si sono moltiplicate: c'è chi parla di delitto politico, legato alle sue posizioni contro il potere e ai suoi scritti scomodi (come Petrolio, rimasto incompiuto); chi pensa a una trappola orchestrata negli ambienti della mala romana; e chi ritiene ancora valida la versione del delitto casuale.

Pasolini

La vicenda di Pasolini sembra condensare, con straordinaria precisione, due rappresentazioni antitetiche e ugualmente parziali.

Da un lato si colloca l'immagine dell'intellettuale profetico, di colui che "aveva previsto tutto" - la deriva antropologica del Paese, la mutazione culturale prodotta dal consumismo, la perdita di ogni autenticità popolare - e che proprio per questa lucidità viene punito con la morte. In questa lettura, l'assassinio diventa un atto politico o simbolico, una condanna inflitta dal potere a chi aveva osato smascherarlo. Tuttavia questa è anche mediata da una rappresentazione fortemente stereotipata, quasi grottesca: una mafia da operetta, composta da tre individui dall'accento meridionale, che finiscono per incarnare una caricatura dell'archetipo cristiano del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È come se, nella memoria di Pelosi, agisse un residuo di immaginario popolare e religioso capace di trasformare la tragedia in farsa. Ma forse si tratta soltanto di scrupoli della fantasia, scrupoli a cui la realtà non bada minimamente.

Sul versante opposto si colloca invece la figura di un uomo privato, fragile, che si muove tra le borgate romane in cerca di incontri con ragazzi minorenni, pagando il prezzo della loro disponibilità. In questa prospettiva, Pasolini non appare come la vittima di un complotto, ma come un individuo travolto dai propri desideri e dalle proprie contraddizioni, fino al punto di spingersi - secondo alcune ricostruzioni - a un atto di violenza.

Pasolini

4. Pasolini: l'essenza del Papi

Valgono a poco gli apologhi posteriori, come quello di Dacia Maraini secondo cui Pasolini cercava nei corpi dei giovani una forma di verità antropologica, una vitalità primordiale; Pasolini non cercava l'amore romantico, ma la realtà nuda, quella che trovava nei volti e nei corpi degli esclusi.

Il fatto rimane, le parole della Maraini lo tingono semplicemente di un ridicolo Barocchismo intellettuale che aggiunge (indebitamente) alla figura di Pasolini un compiacimento estetizzante che non mi sembra abbia mai avuto.

Ma non è forse questa ambivalenza, ciarlatano e idolo insieme, profeta e violentatore, martire civile e impenitente pedofilo l'essenza della figura paterna?

Lo scrivo perché non è mai inutile ribadire l'ovvio: sto parlando di padri simbolici, sia chiaro non di padri biologici.

Detto questo: non sta forse in questa idiosincrasia l'essenza del padre: una figura che aduliamo e respingiamo insieme?

Mi pare poi splendidamente italiano che i termini di questa attrazione e di questa ripulsa si fondino su caratteri così primari e moralizzabili come quelli della ragione e della carne e che si trasferiscano nella nostra simbolizzazione in due figure che non possiamo concepire se non distinte: l'intellettuale e il pedofilo.

E invece Pasolini potrebbe, tra le altre, insegnarci anche questa lezione, dove poi ci conduca è difficile dirlo: non certo alle sedicenti affermazioni per cui Mussolini sarebbe stato un grande politico ma un pessimo uomo, piuttosto nella distinzione illuministica e ragionevole tra uomo pubblico e uomo privato ossia quella tra persona e essere umano. La stessa illuminata ragione che portava Auden a dire: "Ho conosciuto tre grandi poeti. Tutti e tre grandissimi figli di puttana."

5. Pasolini il grande inquisitore (buono)

Ed è questa stessa essenza patriarcale che fa di Pasolini Pasolini.

Più che nei romanzi, nelle raccolte di poesie e nei film questa si esprime meravigliosamente nelle raccolte di articoli come "Le belle bandiere", "Lettere luterane", "Scritti corsari" che sono poi anche i suoi libri più letti; e lo dico unicamente per ripararmi sotto le gonne dell'impressione comune, perché la mia sensazione consuoni con quella di altri.

Pasolini

E tra i molti articoli c'è n'è uno, il più famoso, e che al pari della morte esemplifica, credo splendidamente, l'essenza paterna di Pasolini e il senso di questa per ogni figlio. E anche qui vale la pena di dire: figlio intendo in misura unicamente simbolica.

"Il romanzo delle stragi" Pasolini lo scrive nel 1974, a poco meno di un anno dalla sua morte. L'attacco dell'articolo è forse tra i più noti del giornalismo italiano ed è questo: Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe.

E per undici volte questo "io so" scandisce il tempo di una coscienza civile lacerata dalla conoscenza di chi ha voluto, compiuto, organizzato, le stragi di Milano - 12 dicembre 1969 - Brescia e Bologna - primi mesi del 74.

Questo sapere però è complicato da un ulteriore rivelazione che deflagra nel mezzo dell'articolo: non ha prove. Questo sapere non ha prove ma sa perché chi sa è un intellettuale.

"Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere."

C'è quindi una domanda preliminare a cui si dovrebbe rispondere e la cui risposta è poi semplice. Chi nella storia ha affermato di sapere senza bisogno di prove? E la risposta dicevo è semplice: tiranni, inquisitori, capi popolo, dittatori.

È vero che nel titolo dell'articolo campeggia la parola romanzo ed è lo stesso Pasolini a parlare di "progetto di romanzo" accostando al campo della certezza perentoria quello della finzione romanzesca ma è anche vero che sul Corriere della sera il pezzo era invece apparso con il titolo "Che cos'è questo golpe?"

E non è difficile immaginare che la risposta sarebbe stata: io so, io so che cos'è questo golpe. Ed è anche da notare come tutto il secondo paragrafo riportato qui sopra funziona benissimo anche se alle parole intellettuale e scrittore si sostituiscono quelle di gerarca, dittatore, tiranno o qualsiasi altra forma di potere istituzionalizzata il cui sapere non si basa su prove empiriche ma sull'immaginare.

Ma è proprio questa consapevole disposizione polemica che mi pare sia necessaria. Senza troppo indugiare in elogi superflui: il mestiere di Pasolini era la parola ed è ottuso pensare che non sapesse quali effetti avrebbe avuto una dichiarazione del genere. C'è piuttosto da chiedersi il perché?

6. E quindi perché?

Perché l'educazione critica è soprattutto dialettica e le coscienze si fronteggiano solo nel dissenso. E perché non c'è padre che non desideri di essere sopraffatto dal figlio.

Pasolini

Mi accorgo però che queste considerazioni appartengono soprattutto alla fantasia e quindi invece che spingermi oltre mi limiterò a dire che i padri funzionano come i papi, morto uno se ne fa un altro. E dovremmo prestare particolare attenzione a quali uccidiamo per la seconda e definitiva volta e quali mummifichiamo in una stantia santificazione che è poi la stessa cosa.

I padri che verranno dopo non sono necessariamente meglio di quelli che sono venuti prima o almeno dovremmo fare attenzione a sostituire il vecchio solo quando si profila una valida novità all'orizzonte.

Valida novità che al momento non vedo, mi rifiuto di considerare in questi termini ad esempio un Carofiglio nella sua nuova veste di educatore delle masse. Mi riferisco ai suoi due ultimi lavori "Elogio dell'errore" e "Con parole precise".

Come tutto anche la letteratura e quindi la lettura si sta facendo più omogenea, più piatta. Nella sinossi del secondo titolo che trovo online sul sito di Feltrinelli leggo, grassettato e messo ben in evidenza: "Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario."

Come non essere d'accordo? Come non acconsentire? E allo stesso tempo, come non avere l'impressione che questa sedicente dichiarazione smuova in noi lo stesso …?che una partita di tennis tra lo zio Giulio e il nonno Carlo?

Come non essere compiaciuti del fatto che questi due allegri cinquantenni cerchino ancora di mantenersi in forma? Come non essere, allo stesso tempo, ugualmente indifferenti?

E così ogni lettore fa la fine dei bambini, sedati di fronte a un telefono, a un tablet o a un computer mentre i genitori fanno la spesa, vanno dal parrucchiere, mangiano al ristorante: purché non strillino, purché stiano buoni mentre gli adulti si occupano delle cose da adulti.

Lo stesso vale per Carofiglio: purché ci gratifichi ed esprima qualcosa che in fondo già pensiamo, purché non ci scuota. Purché ci lasci nell'indifferenza di un inevitabile consenso.

Ed è un regresso notevole perché se con Pasolini si esprimeva un dissenso chiaro e "anti-patriarcale" con questi nuovi padri prima del dissenso vero se ne deve chiarire un altro che sorge, paradossalmente, dal necessario consenso che alle loro affermazioni non si può non tributare.

Pasolini
FS