Planet Desperation

Car Seat Headrest

Planet Desperation
Artemis Rosa

Mi stavo armando per la solita passeggiata del venerdì notte quando, dalla solita casa del solito amico, dovevo tornare e fare la solita strada per poi affrontare la sempre più ripida salita che portava al tanto agognato letto.

Dopo il solito check tramite repentine tastate di tasche per controllare se ci fossero gli elementi essenziali (portafoglio, chiavi di tasca, telefono...) mi sono messo le cuffie in testa e ho premuto play.

Tradizione vuole che nel viaggio di andata mi ascolti la prima metà di un album e nel viaggio di ritorno finisca il tutto. Quel giorno toccava all'ultima fatica di questa band indie-rock composta da 4 sfigati che si chiamano "Car Seat Headrest", che avevano fatto un album tutto strano (a partire già dalla copertina) e che non stavo capendo proprio bene bene.

Ora toccava a una delle ultime tracce del progetto, Planet Desperation, di cui ero riuscito ad ascoltarne già 5 dei primi 18 minuti. E non avevo ancora apprezzato né compreso molto della canzone che sarebbe stata la soundtrack del mio piccolo viaggio.

Car Seat Headrest

Al ritorno però, non appena messe le cuffie in testa, le sensazioni erano totalmente diverse: mi sento sdraiato in un deserto, quasi come fossi la copertina dell'album Dirt degli Alice in Chains (una sorta di Cristo Morto di Mantegna, ma circondato da sabbia). Circondato, sento questa voce, quasi un eco, che mi dice:

Make peace with the dirt around you

E il mio orecchio non anglosassone aveva inizialmente sostituito "dirt" con "death". Mi sono quindi sentito ancora più circondato da un senso di pace e silenzio, di calma e morte, mentre Will Toledo continuava a sussurrare questa frase.

Il significato di questa locuzione pare collocarsi a metà tra un caldo consiglio di un amico e un avvertimento esistenziale, che mette in guardia l'ascoltatore affermando che, se si vuole sopravvivere nel "Planet Desperation", bisogna fare i conti con tutto lo sporco che ci circonda e accettarlo. E lo ripete, molte volte.

I 4 sfigati

Continuando a passeggiare per le vie della città, non avevo afferrato proprio bene che cosa stessi ascoltando: non avevo capito il genere, il perché ci fossero così tanti momenti e mood diversi, perché prima sembrava una canzone rock degli anni '50 (una sorta di Elvis), poi iniziava a parlare in latino, quasi fosse una preghiera, e poi di nuovo rock, ma questa volta più moderno, energico, indie. Insomma, era un casino, ma nella mia testa ogni tassello entrava alla perfezione, ogni singola stanza della canzone aveva un significato proprio e utile all'insieme.

L'atmosfera in cui ero immerso era ormai di un altro mondo, catapultato nelle "shores of Planet Desperation", in un quadro realista di un pessimismo cosmico. Però, almeno a livello musicale, questo catastrofismo veniva combattuto da una grande delicatezza compositiva, sonora e immaginifica. Ero beatamente confuso.

Poco dopo, la beatitudine aveva avuto la meglio sulla confusione: si tratta di uno di quei momenti dove la musica ti alza la testa, come fosse un movimento involontario, eppure inevitabile. Uno di quegli istanti dove un movimento fisico, tangibile, diventa necessario per non rischiare di sopprimere il proprio entusiasmo, ingabbiandolo tutto dentro di sé.

È arrivato di sorpresa: dopo una suite quasi violenta, urgente e rumorosa, tutto si è fermato. Un momento di silenzio, apre la porta ad una voce delicata, che ci chiede soltanto:

Would you believe me if I said I walked the stars?
Will Toledo

E, sinceramente, ci ho creduto. Anzi, era quasi impossibile per me non crederci.

Si continua con la costruzione e il sommarsi di paesaggi, situazioni e luoghi immaginifici, irreali, eterei. Dove l'uomo non è mai stato, dove è impossibile che ci sia mai stato. Eppure ci sono: raccontati in questa canzone. E io credo che l'unico modo per cui ciò sia possibile è che qualcuno abbia davvero camminato sulle stelle.

E da questa descrizione di un mondo onirico si passa al sogno vero e proprio: ed è stato proprio questo "quel" momento, quando ho alzato la testa, mentre Will Toledo dice:

Last night I dreamed that I lost all of who I was

Si è perso, magari in qualche angolo remoto della galassia. Oppure nel suo pensare di essere da qualche parte nella galassia. Fatto sta che io ero ormai dentro quella storia, inghiottito dai personaggi e luoghi che mi erano stati caoticamente presentati nei minuti precedenti. Ormai ero parte della canzone.

E continua, in modo ancora più magistrale, una narrativa costruita sul nulla: il narratore si perde in un villaggio antico e, nell'attraversare la città per recuperare dei soldi, incontra un signore che suona la ghironda con una scimmia al suo fianco, che chiedono l'elemosina.

È una narrazione che prende in prestito alle fiabe la loro indeterminatezza, condita da qualcosa d'altro. Qualcosa che io non avevo mai né letto né sentito, ma che dal quel momento diventava indissolubile.

Poi si continua, con una piccola parte dove canta di cose che, anche con testo alla mano, per me non hanno un minimo senso.

La batteria diventa per qualche secondo protagonista, rimasta fino a quel momento nella penombra, e introduce la voce di Will Toledo che, supportato da un coro, sembra esprimere un ultimo desiderio, prima di riperdersi nella galassia:

'til the kids grow up all right,
'til hearts don't break anymore,
until we don't spend the rest of out lives
fixing everything that happened before

E anche qui il mio corpo si attiva, ogni volta involontariamente, e inizia a farmi saltellare e lanciare le mie braccia verso l'alto, una alla volta, in uno stato di estasi.

Un profluvio continuo di immagini ed emozioni alle volte coese, alle volte contrastanti, che si incontrano in un'unica opera di quasi venti minuti, dove i diversi personaggi entrano a far parte di un meccanismo più grande, diventano un tutt'uno con il Planet Desperation, luogo magico e distopico in cui le loro storie si intrecciano e coesistono, ma come?

E anche ora, mentre scrivo, non ho la minima idea delle tematiche, di chi siano i personaggi qui raccontati, come mai la canzone sia strutturata in più parti e perché dovrebbe essere tutto collegato con il resto dell'album. E ho deciso che probabilmente non mi informerò mai sul significato di questa canzone, né mai cercherò di comprendere le ragioni che hanno portato alla creazione di una traccia così complessa e prolissa.

Io so soltanto che quella notte ho alzato la testa, forse alla ricerca di un uomo che camminava sulle stelle.

EC