E' una mattina del 1265. Il sole splende e gli uccellini cantano melodiosi la rigogliosa e neonata primavera, i fiori sbocciano silenziosi e colorati. Tommaso D'Acquino, grasso bue impastocchiato in una palandrana da frate, sveglio ormai da qualche ora, dopo una salutare colazione a base di cotiche di convento e altri beni alimentari sottratti ai poveri con l'inganno, ha deciso che da quel preciso istante si sarebbe dedicato a dimostrare inconfutabilmente l'esistenza di Dio.
Una fatica intellettuale e intestinale immensa che tra il 1265 e il 1273 lo porterà a scrivere la sua opera più famosa: "La summa theologiae". L'esistenza di Dio rimarrà, però, incerta.
A distanza di 729 anni, un 31enne Italo americano proveniente da Knoxville, Tennessee, Stati Uniti, sta per riscrivere la storia della teologia moderna: il suo nome è Quentin, Quentin Tarantino. In 2h e 29 minuti di girato in 8mm, cui darà il titolo di "Pulp fiction" è riuscito a dimostrare con chiara, oggettiva e inconfutabile verità quello che a D'Acquino non era riuscito di dimostrare in più di 2000 pagine: l'esistenza di Dio.
Se la Summa Theologiae ha aperto la strada seminandola di insormontabili dubbi, Pulp fiction l'ha definitivamente chiusa; come? Scrollandosi di dosso le famose "cinque vie" che hanno per secoli ammorbato il pensiero teologico occidentale Don Quentin ha risolta la questione con una mossa estrema e definitiva: con il suo film ha semplicemente mostrato la perfezione, sommo, inderogabile e (quando qualcosa definisce l'essenza di qualcos'altro?) attributo dell'altissimo.
Comprendo che la fede è un argomento complesso, molti impiegano anni per trovarla ed altri la perdono in poco meno di un secondo, io però sono stato abbastanza fortunato: a dieci anni ne avevo avuto già chiaro sentore.
Steso sul letto, il computer portatile aperto appoggiato sulle gambe e a fianco il ronzio del lettore cd; un cuscino dietro la testa e la luce spenta. Questo è stato lo scenario del mio precoce "Enlightenment on the Way for Damascus", exactly like St. Paul.
Non so che cosa abbia conquistato così prepotentemente il me bambino, se il fascino platonico del proibito o quello meno platonico di Uma Thurman; se il montaggio serrato, le musiche, tutto questo insieme; oppure nulla di tutto questo.
Una buona metafora di questa sfuggevole "condizione del capolavoro" la si può comodamente ricavare dallo stesso film: parlo ovviamente della valigetta, la scintilla che fa deflagrare il meccanismo narrativo. Contesa, trovata, aperta, persa, trovata nuovamente: nessuno però sa che cosa ci sia dentro; gli unici a saperlo muoiono.
Così sono i capolavori, li inseguiamo, li troviamo poi li perdiamo e inaspettatamente ci vengono di nuovo incontro e tutto questo senza essere sicuri di cosa significhino per noi e che senso abbiano.
Comunque sia la portata della rivelazione che in quella cameretta di decenne mi si è dispiegata di fronte agli occhi mi ha autorizzato, senza por tempo in mezzo, alla divulgazione. Era imperativo per me, come ogni buon apostolo, diffondere il verbo.
Questa diffusione si manifestava più prosaicamente nelle seguenti due domande che con tenace insistenza rivolgevo ai miei ignari e ignoranti (perché non toccati dalla luce) compagni di scuola elementare.
La prima: sai come ci si fa di droga?
La seconda: sai che alcune persone tengono nella cantina un essere umano al guinzaglio?
Per chi non sapesse: il me decenne si riferiva, all'iconica scena in cui Vincent si fa di eroina a casa del suo pusher, pusher che al me decenne era sembrato straordinariamente somigliante a Gesù Cristo di Nazareth, e alla scena, forse meno iconica ma altrettanto spaventosa in cui il pugile Butch Coolidge viene violentato (quasi) assieme a Marcellus Wallace (lui invece proprio violentato, senza il quasi) dal gestore di un negozio di strumenti in cui Butch e Wallace finiscono, trascinati lì da tragici e casuali eventi.
Lo so, lo so; se non avete visto il film, colpa a mio parere grave che richiede una subitanea espiazione corredata da una contrizio corpis in piena regola, state capendo ben poco ma io con gli atei non parlo; coloro a cui la verità non è stata rivelata non possono essere degni del mio sermone. (Ezechiele 25,17)
Ora. Queste impertinenti e tenaci domande mi fruttarono da una parte l'ammirazione dei miei compagnucci che mi guardavano come il saggio detentore di una verità per loro irraggiungibile; ma dall'altra anche una lunga e prolissa "nota sul diario" vergata personalmente dalla mia sedicente professoressa di Italiano Patrizia (non quella di romanzo criminale, questa è un'altra madeleine) che ho riportato a casa con una certa fierezza.
Fierezza, ahimè, non condivisa dai miei genitori.
Da quel momento i film che desideravo guardare vennero sottoposti ad attento vaglio parentale che, lungi dall'impedirmene, la visione la accompagnava, lungimirante pedagogia, con la balsamica presenza di uno dei due. E ai miei genitori di questo sarò sempre grato, dico di non avermi impedito nulla, piuttosto accompagnato.
Pulp fiction in quanto oggetto di culto non può esimersi da determinate pratiche rituali, tra cui in ordine sparso: la collezione di svariati feticci inerenti alla pellicola (DVD, Vinile della colonna sonora, poster, cd della colonna sonora etc…); recitazione a memoria di suoi dialoghi e/o battute iconiche; diffusione sistematica del verbo (che dalle scuole elementari ad ora non si è mai interrotta) e soprattutto, ultima ma non per importanza, la sacra e annuale reiterazione.
Ogni anno un salubre, o più salubri rewatch di Pulp fiction.
Operazione essenziale che a uno scopo ludico ne unisce uno profondamente etico che riporto qui di seguito a degna chiusa di questo degnissimo articolo.
Eraclito diceva nella sua celebre massima: non ti bagnerai due volte nello stesso fiume; Pirandello rettifica e fa notare che non solo a cambiare è il fiume ma anche chi vi si immerge.
Tra i due autori si inserisce "Pulp fiction" che come ogni prodotto artificiale è inerte e immutabile ed è proprio sullo specchio della sua perfetta e imperturbabile, forse divina, immutabilità che ogni anno il sottoscritto rileva i cambiamenti occorsi a me e al fiume. L'anno in cui la mia attenzione si volgeva ai dialoghi e quello in cui si rivolgeva al montaggio a quello dove ogni pensiero era sospeso e lasciava il posto a un puro godimento culinario; l'anno in cui l'ho visto al cinema, l'anno in cui l'ho visto da solo o in compagnia.
Allora il mio modesto consiglio è: trovate Dio! Trovate Pulp fiction!
FS